Lauda perse il mondiale ’76 perché era un uomo d’onore! Scoop mondiale di Mario Donnini su “Autosprint”

Dopo 37 anni, il giornalista umbro fa un salto indietro nel tempo, accende la lampada dell’interrogatorio e fa parlare trapassati e vivissimi e, come un redivivo tenente Sheridan, trova la verità! L’unico a balbettare è l’indagato, Lauda, che biascica, balbetta, ma poi… Storia di volpi e polli, di iene e prede, ma di conigli neanche l’ombra. Niki è qui a raccontarcela e a raccontarsela ancora, tutta. Resta un mistero: chi sapeva e non fece niente?

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Il 24 ottobre 1976 avevo poco più di dieci anni. Seguivo la F1 come uno dei giochi che mi passavano sottomano, di nottatacce per guardare un GP non se ne parlava proprio. La mia memoria di una gara di F1 in televisione emerge da un piovoso GP di Montecarlo. Dell’incidente di Niki Lauda al Nürburgring non ho ricordi, se non quelli del successivo clamore sollevato da un precipitoso ritorno a Monza, grazie alla lettura di alcuni articoli in settimanali “per famiglie”  (“Gente”, per la precisione, di cui il mio genitore 1 e il mio genitore 2 erano affezionati lettori…).

La mia simpatia era per Clay Regazzoni, il guascone ticinese del quale mi colpiva la simpatia e l’irriverenza, il coraggio e il dover patire le angherie di Montezemolo, tutto proteso verso l’austriaco. Per Lauda – fuor di metafora – solo cordiale antipatia, che perse ogni cenno di cordialità quando, nel 1977, Niki se ne andò, sbattendo il portone della “Cattedrale” laica della fede maranelliana, quello della Ferrari. Atto sacrilego!

Della gara del Fuji non ho alcun ricordo diretto, ma solo la successiva sensazione di un mix di compiacimento per il titolo perduto “per paura” del pilota e di dispiacere perché la Ferrari, in fondo, aveva perso un’affermazione per colpa di chi non aveva avuto il coraggio di “completare il lavoro”. Le vittorie, si sa, cancellano molti dispiaceri, anche tra gli appassionati, le sconfitte le acuiscono. Da allora, Niki Lauda sarebbe stato ai miei occhi un calcolatore, in pista e fuori, attaccato al denaro e il titolo dell’84 una pratica facile, vista la monoposto (McLaren) e il motore (Porsche). Una semplificazione giovanile.

Questa premessa personale per dire solo che ciascuno di noi spesso si dà delle certezze nella vita, ma la storia può subire dei capovolgimenti inaspettati. Lo storico e il giornalista condividono la passione per l’indagine, la voglia dello scandagliamento dei fatti, il batticuore dello studio dei documenti o delle fonti, per trovare una verità sfuggita ad altri, come rimasta nascosta per il piacere di non farsi trovare.

Mario Donnini questa settimana su “Autosprint” supera se stesso e – come un redivivo tenente Ezechiele “Ezzy” Sheridan – indossa il mitico impermeabile portato sulle scene da Ubaldo Lay e si fionda nel passato, interrogando vivi e passati-anzitempo-a-miglior-vita, per trovare la verità in un “cold case” di cui pochi conoscevano l’esistenza.

Il giornalista umbro procede, senza timore reverenziale, negli interrogatori, facendo la parte dell’agente cattivo e buono allo stesso tempo. Luce in faccia senza riserve: chi è stato? Perché l’ha fatto? Quando è stato deciso l’inganno?

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Il popolo rosso è stato distratto da un infingimento, che ha lordato per 37 anni la storia sportiva di un pilota austriaco, con una macchia rossa di vergogna. Costui ebbe una colpa: la paura? Al tempo. Donnini/Sheridan accende un raggio di luce magica che illumina la verità – che non sempre si può raccontare, se non se ne hanno le prove – e che produce l’effetto strabiliante di far svanire quella macchia di inchiostro simpatico con cui finora la storia era stata scritta: il mistero del Fuji.

Scorrono dunque i testi. Ermanno Cuoghi, il capomeccanico della Ferrari, che glissa, ammette e quasi ritratta, cambia discorso. Arturo Merzario, il nemico-salvatore di Lauda, che accende la prima luce con un’onestà intellettuale adamantina. Hoshino Kazuyoshi, che al Fuji debuttò in F1 e poi però non ha lasciato alcuna traccia, se non ora per la lucidità nel riconoscere le qualità dell’imputato, Niki Lauda. Così gli indizi si accavallano nella mente del nostro Ezechiele Donnini.

E poi Mauro Forghieri, l’ingegnere, quello che metteva in riga perfino Ferrari e che continua a non avere peli sulla lingua: chiedete ad Alan Jones, lui ne sa più di tutti. L’australiano però è latitante, contumace. Servirebbero i Carabinieri, ma forse non saprebbe come esprimersi, cosa dire a sua discolpa…

L’indagato, Lauda, non aiuta, biascica qualche parola di giustificazione arguta e tardiva, una concessione alle tesi dell’accusa, una inclinazione che sembra la richiesta delle attenuanti: fui in qualche modo fesso, ma non ebbi paura. Sì, va be’…

Il nostro Mario Sheridan però non se la beve: sorseggiando quel mitico Biancosarti rimugina, riflette, lega i fatti. Qualcosa non torna, elementi che non quadrano, un’ipotesi da scandagliare, serve un colpo di genio. Dall’Aldilà, Vittorio Brambilla non si nega: c’ero e non dormivo, sotto l’acqua avrei detto la mia come nessun altro; ci fu chi era da una parte, poi passò dall’altra. Perché “nin so”. Omertà in salsa brianzola, direbbe Montalbano.

Immagini, sensazioni, indizi, gli effluvi del Sacro Monte che invadono la Bassa Padana. Eppure, ancora il mosaico non è completo, mancano tessere, oscure come i dubbi. Poi, d’un tratto, il colpo di scena: un pentito! Senza “pentiti” in Italia non si può condurre neppure un’indagine per eccesso di velocità!

Daniele Audetto, direttore sportivo pro tempore della Ferrari, cede, si accascia sotto il fascio della lampada a led, vuota il sacco. E racconta – per filo e per segno – cosa avvenne: chi fu il colpevole; chi approfittò, chi ci rimise; chi fu volpe e chi fu pollo. Pollo, forse, ma non coniglio. Chi ebbe coraggio, non di ritirarsi sotto la pioggia però, piuttosto di mantenere la parola data. La parola data è da sempre la firma su un contratto tra gentiluomini. Al Fuji, evidentemente, c’erano gentiluomini e saltimbanchi.

Allora prevalsero i saltimbanchi, ma i gentiluomini – in genere – vincono sulla lunga distanza della Storia. Dopo 37 anni, Mario Sheridan – o Ezechiele Donnini: fate voi – risolve così il caso e ripone nel classico scatolone dei “cold case” le carte di una verità che riscrive la storia e ridona nuova luce a Niki Lauda, il pollo/signore più veloce della Storia della Formula 1. Rush, il film di Ron Howard, ce la racconta in modo romanzato e non preciso, non entra nel merito, ci narra uno scenario storico, gli anni Settanta, bastardi e fottutissimi, pieni di speranze e di dolori. Oggi speranze poche, se non arrivano colpi di scena, arriveranno i dolori pesanti.

Così, il tenente Donnini, della “buon costume di San Lazzaro di Savena“, riconsegna Niki Lauda anche a chi lo stimava, ma non lo amava, perché oggi – in tempi di crisi di valori – trovare un uomo che non si vergogna d’aver rispettato un patto d’onore è merce rara, esempio di vita, fonte di ispirazione. Questa storia e il filo delle indagini andrebbero raccontati nelle scuole, nell’ora di educazione civica.

Su Lauda pesa perfino un’aggravante che ne esalta il valore, la qualità: non averne mai fatto cenno in pubblico fino a oggi, per cercare la condiscendenza dell’opinione pubblica e quella porzione di rispetto che sembrò evaporare in parte nei nuvoloni del Fuji.

Se esistono gli spiriti nobili del sacro monte Fuji, allora questi hanno operato a favore del disvelamento della verità, hanno guidato la mano del ricercatore, che con rigore storico ha messo in fila gli indizi, le prove e le confessioni.

Mario Donnini “riabilita” Lauda, con un colpo di scena alla Sheridan, ma il pilota austriaco continua a raccontarcela e a raccontarsela, mentre altri sono già da tempo impegnati a lastricare l’autostrada a quattro corsie “Purgatorio-Paradiso” per pagare pegno. Un giorno – speriamo fra molto tempo – ci ritroveremo tutti sotto la Luce per riderne. E il primo a farlo sarà Lauda.

Bentornato a casa, Niki, quel modellino rosso della Ferrari 312 B3 ti aspetta in bacheca. Giusto il tempo di togliere la polvere.

Ultimo aggiornamento 27 settembre 2013, ore 10.25 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

PS: non pensavate per caso che vi raccontassi l’articolo di Mario Donnini, vero? Comprate Autosprint questa mattina, il suo articolo vale il costo della copia. Buona lettura.

20130927-ferrari-312-b3-lauda-382x272Il modellino di Ferrari 312 B3 cui alludo nell’articolo è quello nella foto a sinistra (da internet). Lo produceva la Polistil negli anni ’70, in scala 1:16 (dimensioni circa cm 30 x 15). In robusto e pesante metallo, con ruote sterzanti comandate direttamente dal volante e fissate da un dado, svitabile con l’apposita chiave in dotazione; le sospensioni anteriori e posteriori funzionanti. Un gioiellino di tecnica made in Italy, che io avevo riposto nel dimenticatoio dopo “l’abbandono” di Lauda al Fuji.

Dopo l’inchiesta di Mario Donnini questa monoposto è di nuovo in pista.

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John Horsemoon

Sono uno pseudonimo e seguo sempre il mio dominus, del quale ho tutti i pregi e i difetti. Sportivo e non tifoso, pilota praticante(si fa per dire…), sempre osservante del codice: i maligni e i detrattori sostengono che sono un “dissidente” sui limiti di velocità. Una volta lo ero, oggi non più.

Correre in gara dà sensazioni meravigliose, farlo su strada aperta alla circolazione è al contrario una plateale testimonianza di imbecillità. Sul “mio” giornale scrivo di sport in generale, di automobilismo e di motorsport, ma in fondo continuo a giocare anche io con le macchinine come un bambino.

7 pensieri riguardo “Lauda perse il mondiale ’76 perché era un uomo d’onore! Scoop mondiale di Mario Donnini su “Autosprint”

  • 28/09/2013 in 14:12:30
    Permalink

    Cioè quando detto nell articolo lascia trasparire il fatto che i 2 piloti si erano accordati per ritirarsi dalla gara e poi Hunt non mantenne la parola data e vinse il mondiale? e per tutti questi anni Lauda non ha mai accusato il rivale di onon aver mantenuto la parola?

    • 28/09/2013 in 14:18:54
      Permalink

      Esattamente, ma consiglio di comprare Autosprint. Mario Donnini – con la consueta prosa accattivante – la racconta nei minimi particolari e con tstimoni oculari. Da riabilitazione.

  • 28/09/2013 in 13:15:25
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    Ho smesso di leggere l’articolo dopo poco. Mi spiace, era interessante ma troppo “tirato” per Le lunghe.

  • 26/09/2013 in 23:06:14
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    Caro John, il modellino e’ della t2, ma questa e’ una quisquilia , figurati ho quello della Boschi ( quella che aveva la bottiglia dentro) . Un suggerimento: se non ci sono problemi di copyright ,continua a spiegare ………

    • 27/09/2013 in 00:45:19
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      No Mario, mi riferivo a un mio modellino di 312B3, quella tutta rossa dell’anno precedente, regalatami quando avevo 9 anni. Che misi da parte dopo la “fuga” del Fuji. Non l’ho spiegato bene, ma sarei stato inutilmente prolisso. Grazie per avermi dato modo di dirlo, era una cosa tra Niki e me. 🙂

      Più che di copyright, di deontologia. Compra Autosprint di questa settimana, ne vale la pena.

  • 24/09/2013 in 10:46:26
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    ..perfetta analisi..ed eccellente e caustica ironia riguardo genitore 1 e genitore 2 (spettacolo)..unico appunto…Fujiiama non si dice…
    1) iama non è iama bensi’ Yama (traduzione letterale di MOnte)
    2) in ogni caso è corretto Monte Fuji oppure Fuji San, Fujiyama è sbagliato…

    piu’ che cordiali saluti…

    • 24/09/2013 in 10:48:22
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      Grazie della correzione, graditissima. Più che cordiali saluti: amichevoli! 😉

I commenti sono chiusi

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