Enrico Letta può sciogliere “il dilemma del prigioniero” con una mossa populista dal doppio effetto

Convochi un Consiglio dei Ministri per le 15 e metta con le spalle al muro tutti i ministri, anche i dimissionari/dissenzienti da una linea suicida. Alfano completi l’opera “uccidendo” il padre politico e riposizione la neo-ricostituenda Forza Italia in area moderata, europeista, ma attenta all’elettorato di riferimento, ceto medio, imprese e professionisti. La creazione di un “grande centro” trasversale con altri mezzi

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Silvio Berlusconi sarà un caso da studiare in politologia e, forse, perfino negli studi di strategia, perché la mossa di sabato scorso – il ritiro della delegazione del PDL dal Governo, poi però neutralizzata in qualche modo dal dissenso di Quagliarello, Lorenzin, Lupi e perfino dello stesso segretario politico Alfano – è incomprensibile per almeno due motivi.

Il primo è che Berlusconi avrebbe tratto un vantaggio politico dal ritardo del Governo ad affrontare la necessità di rimandare a gennaio 2014 (in attesa di annullarlo del tutto) l’aumento dell’IVA dal 21 al 22 per cento (aumento predisposto dal governo Monti, supportato sia da PD che da PDL): una volta scattato questo ulteriore aggravio di tassazione sui consumi, il Cavaliere avrebbe avuto gioco facile a dimostrare di chi fosse la colpa (in apparenza, visto che la misura fu decisa dal governo Monti con il sostegno di tutti).

Il secondo motivo non riguarda le attività di governo, ma una scialuppa fantasma di salvataggio lanciata all’indirizzo del Cavaliere proprio sabato mattina dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che in visita al carcere di Poggioreale aveva reso noto di aver pronto un messaggio alle camere, con cui intende sollecitare il legislatore all’adozione di un provvedimento di amnistia o di indulto. In un caso o nell’altro, un provvedimento di ordine generale, che metterebbe quasi al sicuro Berlusconi – a causa dei provvedimenti giudiziari da cui è, giustamente o meno, colpito – con l’effetto ulteriore di cingere il Cavaliere con una specie di cordone sanitario giudiziario (per evitare gli arresti paventati per ordine dei magistrati napoletani).

In uno scenario del genere, Berlusconi avrebbe avuto convenienza a mantenere un basso profilo, attendere gli eventi lasciando il cerino in mano al PD e a Enrico Letta, facendo maturare l’intento presidenziale, cui non si opporrebbero neanche i parlamentari del M5S. L’Amnistia o l’indulto, chiariamo, colpirebbe solo le persone perbene di questo Paese, costrette a vedere in giro di nuovo delinquenti di ogni ordine e risma, visto il potere deterrente che le forze dell’ordine hanno in alcune zone del Paese (soprattutto, ma non esclusivamente, nel Meridione).

Invece, il Cavaliere ha inteso passare male il fine settimana del proprio 77° compleanno, scombussolando la vita politica con un atto folle e incomprensibile, perché gli effetti saranno del tutto deleteri: segnano in modo inequivocabile la sua uscita dal panorama politico italiano. Effetto della prevalenza dell’ala radicale del PDL (o meglio: della Neo-ri-Forza Italia), quella facente capo alle Santanché, ai Verdini, ai Capezzone.

La situazione attuale vede sia PD che PDL spaccati, per motivi diversi, con in mezzo Enrico Letta, in apparenza l’elemento debole di un’alleanza forzata, in realtà colui che può riservare sorprese sia per l’appoggio e la copertura presidenziale, sia perché il sistema politico italiano è bloccato e senza la riforma elettorale non potrà dare al Paese un governo politico forte, quello che necessita per plasmare le riforme indispensabili a non frantumare l’Italia come Paese.

In un classico scenario da “dilemma del prigioniero” (chi ha studiato relazioni internazionali sa che il paradigma è applicabile a una vasta serie di relazioni umane, sociali e politiche), Letta ha il coltello dalla parte del manico. Può decidere di mettere all’angolo – sia nel PDL che nel PD – gli estremisti, i fautori della rottura (per motivi non sempre trasparenti e attinenti alla politica: e non riguarda solo Berlusconi), quelli che vorrebbero le elezioni subito, per mandare a casa Giorgio Napolitano e fare saltare il Paese a gambe in aria: con politiche anti-europee da una parte, con misure ancora più soffocanti in ambito fiscale, dall’altra.

Il “Grande Centro” – che forse salverebbe l’Italia in questa fase di fibrillazione – non necessariamente dovrebbe assumere la veste di una formazione politica unica. Piuttosto, potrebbe essere un’area culturale trasversale – quella cattolica moderata, che si trova a proprio agio nel discutere con serenità di diritti, doveri, sostegno alla famiglia, libertà di impresa, carico fiscale da abbattere con mosse draconiane – afferente sia al vecchio PDL che al PD e a Scelta Civica/Udc.

Per spingere su questa linea, Letta dovrebbe – in attesa del chiarimento parlamentare di mercoledì – intraprendere una mossa populista: riunire il Consiglio dei ministri oggi alle 15 e decretare d’urgenza il ritardo dell’entrata in vigore dell’aumento dell’IVA, magari solo di un mese. A quel punto, tutti i ministri dovrebbero rispondere del loro operato di fronte alla pubblica opinione, senza scuse o infingimenti.

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Di contro, Angelino Alfano – che ieri ha chiarito di essere leale, ma non cretino – dovrebbe “ammazzare il padre politico” (per fortuna solo in senso figurato e con effetti benefici anche sull’assassinato, nel breve termine, come diremo), dare corposa evidenza all’area moderata del centro-destra, in vista della creazione di un soggetto politico che assumesse la veste di filiazione italiana del Partito Popolare Europeo, riavvicinando personalità di spicco già alleate con Forza Italia (se pensate a Casini, avete colto il senso della provocazione).

Con questa mossa di rottura dell’esistente, Alfano potrebbe avallare il suggerimento presidenziale per una celere adozione dell’amnistia o dell’indulto, con effetti anche sulle vicende processuali di Berlusconi. In questo caso – lo diciamo per inciso – il lavoro più delicato sarebbe quello delle forze dell’ordine, chiamate a un lavoro straordinario di monitoraggio del territorio, per riportare in galera chi – beneficiato dal provvedimento generale di clemenza – ricadesse nel crimine nel breve volgere di qualche giorno. Le statistiche al riguardo sono impietose, con recidive altissime.

Certo, per fare questo occorre che Enrico Letta ascolti chi – anche in famiglia… – possiede quel pensiero laterale adatto a risolvere situazioni straordinarie.

Perché è chiaro che da questa storia tutti i partiti possono uscire sconfitti e irrimediabilmente dequalificati di fronte al Paese, il che significherebbe trascinare l’intera comunità nazionale nel baratro e nella vergogna di un commissariamento europeo (garantito da una cessione di sovranità su cui mai nessun cittadino è stato chiamato a esprimersi). Ovvero, con una mossa cooperativa e di rottura, Letta e Alfano possono disarticolare il sistema e riannodarlo a tiranti più saldi, in attesa di un rinnovamento generale di cui è auspicabile l’estrema celerità.

Insomma, per Enrico e Angelino è arrivato il tempo di mostrare, in modo inequivocabile, che sulla propria fronte non c’è scritto “Jo Condor”.

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