La crisi tra Russia e Turchia al bivio: Erdogan messo con le spalle al muro. Esercito silente ancora per molto?

Putin: Turchia “ha abbattuto nostro jet per proteggere traffici con Isis”. Erdogan: “provatelo e mi dimetterò”. Showdown a distanza a Parigi tra i due capi di Stato. La Nato appoggia ‘formalmente’ la Turchia, ma fonti militari atlantiche sostengono che i russi abbiano ragione. Putin stringe con Israele. Gli Usa invitano alla de-escalation, ma l’accerchiamento politico de facto potrebbe essere finalizzato a spingere la Turchia a una soluzione interna…

Parigi – La Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi era attesa come un’occasione per misurare la reale volontà di avviare una de-escalation della crisi tra Russia e Turchia, seguita all’abbattimento del Sukhoi-24 russo sui cieli della Siria e al barbaro assassinio illegale del pilota Oleg Peskov, ucciso a sangue freddo dai ribelli turcomanni sostenuti da Ankara.

La richiesta di incontro formulata da Erdogan a Putin dei giorni scorsi, ma rimasta senza risposta, avrebbe potuto essere un presupposto, insieme al riconoscimeno dell’errore e al rammarico per quanto accaduto, visto chedue giorni fa il presidente turco aveva ammesso: “Vorrei che non fosse successo, ma è successo. Spero che una cosa simile non accada di nuovo“.

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Al contrario, a Parigi il clima si è arroventato (alla faccia della necessità di abbassare la temperatura globale…) quando il presidente russo Vladimir Putin,  nel corso di una conferenza stampa, ha dichiarato: “Abbiamo tutte le ragioni per pensare che la decisione di abbattere il nostro aereo è stata dettata dalla volontà di proteggere le linee di rifornimento del petrolio per il territorio turco“.

Tradotto: abbiamo le informazioni di intelligence che ci dicono questo. Secondo il capo di Stato russo, citato dalla BBC,  Mosca disporrebbe infatti di dettagliate informazioni secondo cui il petrolio dell’Isis passerebbe giornalmente attraverso il territorio turco in quantità definite “industriali”.

La dichiarazione di Putin però merita una riflessione, perché:

  1. ribalta sul coté politico la responsabilità di un atto di guerra;
  2. lo lega alla protezione di traffici illeciti, ma anche illegali, anche alla luce della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 2249 del 20 Novembre scorso, che ha autorizzato l’uso ‘di ogni mezzo’ contro l’Isis;
  3. non esclude la possibilità di pervenire a una normalizzazione con Ankara (nel medio termine), ma intanto è il contrafforte per uno stravolgimento geopolitico nella regione.

Sullo sfondo c’è infatti quella perdita di leadership americana denunciata da Henry Kissinger sul ‘Wall Street Journalil 16 Ottobre scorso (qui). Le parole del presidente russo sono infatti attivate nello stesso momento in cui si stanno rafforzando le relazioni tra Russia e Israele, da cui sono giunti nei giorni scorsi segnali precisi dal governo Netanyahu:

  1. il congelamento della cooperazione con l’Unione Europea nel processo di pace con i palestinesi, in risposta all’etichettamento dei beni provenienti da Israele e prodotti nella West Bank;
  2. la precisazione che il sorvolo di aerei militari russi non reca alcuna minaccia per lo Stato di Israele.

Anche in questo caso si può tradurre le parole in fatti: l’Unione Europea ha perso la trebisonda e non capisce dove sono le minacce e dove sono le opportunità, anche di pace; la Russia è partner credibile per la stabilità in Medio Oriente, mentre gli Usa non dettano più l’agenda, perché non sembrano neutrali.

A volere lavorare di fantasia, Putin – che ha in mano il banco della partita in Medio Oriente – sta spingendo perché si determini dall’interno della Turchia un cambio di regime, forse anche per via traumatica.

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Se infatti la Nato formalmente appoggia Ankara, a mezza bocca fonti coperte da anonimato – fin dalle ore successive all’abbattimento – hanno fatto sapere che i russi non hanno violato in modo significativo e minaccioso lo spazio aereo turco.

Ne consegue una relazione informativa tra militari in ambito atlantico che mostra l’irritazione per uno scivolamento fondamentalista che tende ad archiviare de facto la laicità dello Stato donata ai turchi da Kemal Ataturk. Ma continuando così, le Forze Armate di Ankara sono destinate all’emarginazione e saranno costrette a prepararsi a un confronto militare su larga scala, da cui non è detto che la Turchia uscirebbe vincitrice, perché all’interno degli Stati membri della NATO non c’è cecità geopolitica e sono crescenti i sentimenti anti-turchi. Al moltiplicarsi delle provocazioni turche quest’avversione alla Turchia Erdoganiana aumenta in modo esponenziale.

Così, è legittimo l’interrogativo: quanto potrà resistere il mondo militare turco, prima di veder crollare definitivamente i valori su cui il padre della patria Ataturk eresse la Turchia moderna?

Intanto, malgrado l’ammissione dell’errore, Erdogan non lascia e raddoppia. “Se (Putin) ha qualche prova, un documento, lo mostrasse. Se in grado di dimostrare quanto afferma, mi dimetterò. O si dimetterà lui?“, ha affermato ieri in una conferenza stampa, aggiungendo che “i paesi che comprano petrolio sono noti. Uno di coloro che acquista il petrolio dell’Isis è un cittadino russo-siriano, George Haswani, come è stato denunciato dal ministero delle Finanze degli Stati Uniti“. Un tentativo di chiamare in causa l’alleato americano, ma più una mossa semi-disperata di chi non sa a quale santo votarsi.

Se i russi hanno le prove del coinvolgimento turco nell’esportazione del petrolio dell’Isis, le porteranno alle Nazioni Unite per internazionalizzare l’indignazione e la messa in crisi della politica turca, ma anche per fornire solidi argomenti alla NATO per disinnescare un’eventuale attivazione dell’Articolo 5 (solidarietà difensiva atlantica) da parte turca.

Esclusa l’ipotesi che Erdogan possa dimettersi davvero, di fronte a un atto del genere si aprirebbe l’ipotesi di una situazione straordinaria e dell’apertura dello ‘stato di eccezione’ in Turchia, con presa di posizione dei militari, un pronunciamento più volte evocato nei giorni scorsi da molte fonti. 

Le notizie vere di ieri e di oggi però sono due: anzitutto l’accordo Usa-Russia per governare la transizione siriana verso una soluzione politica che contempli la fuoriuscita diretta di Assad; il blocco dello Stretto del Bosforo esercitato contro le navi commerciali russe dalla Turchia, un atto illegale sotto il profilo giuridico internazionale, lecito solo nel caso in cui Ankara fosse ufficialmente in stato di guerra. Le navi militari passano regolarmente: la Turchia risponde alle sanzioni economiche russe con un mezzo di rappresaglia economica, dal respiro corto.

La partita diventa difficile e servirà molto sangue freddo per non fare scatenare un conflitto con potenzialità devastanti per tutta Europa. Checché ne dicano i 28 deficienti al governo negli Stati dell’UE.

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