Lo Sbarco in Sicilia, dopo 70 anni la retorica antiamericana parifica liberatori anglo-americani e oppressori nazifascisti

Nell’anniversario dello Sbarco in Sicilia, la prima città liberata – Gela – commemora quei giorni con una lapide che onora i soldati italiani, che combattevano una guerra dal lato errato della Storia, al servizio di una dittatura, ma si dimentica dei giovani militari anglo-americani che perirono per donarci la libertà

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Ho riflettuto parecchio prima di scrivere questo articolo, a costo di fare un “buco”, che in questo caso è – come dice la dottrina – volontario, deliberato: avrei dato risalto a una pagina che ritengo assai discutibile della politica locale siciliana, con riflessi sgradevoli sulle celebrazioni di un evento importante, il 70° anniversario dello Sbarco in Sicilia delle truppe Alleate Anglo-Americane, venute per li-be-ra-re l’Italia e l’Europa dalla vergogna del fascismo e della insensatezza assassina del nazismo.

A scanso di equivoci, la differente aggettivazione non significa differente interpretazione storica: aggiungerei un riferimento al “comunismo”, quale ideologia totalitaria e mortifera, se non andassi clamorosamente fuori tema.

La prima città liberata d’Europa fu Gela, dove gli alleati trovarono qualche resistenza piegata come s’usa fare in guerra: ammazzando il nemico. Questo fu l’ordine di George Patton, comandante della V Armata, un militare rude fino al limite del vomitevole, ma interprete esatto della posta in gioco: non era un ballo di gala, non era una cena galante, non ci si confrontava sul palco del fioretto. I nemici bisognava ammazzarli e basta. E i nemici eravamo noi italiani, fiondatici in una guerra senza futuro, ultimo atto di un periodo in cui noi italiani commettemmo il più atroce dei delitti, accodarsi alle decisioni di Hitler.

Da queste parole i miei quattro affezionati lettori capiranno come la penso su nazismo e fascismo (e comunismo, per completezza), sicché sarà subito intellegibile qual è stata la mia reazione nel vedere la foto di apertura, postata sulla bacheca Facebook dell’attuale sindaco di Gela, foto che testimonia la posa di una lapide commemorativa della resistenza dei soldati italiani verso “le soverchianti forze nemiche”: ossia gli anglo-americani liberatori.

Recita la lapide a imperitura memoria:

Ai soldati della Divisione “Livorno” e dei reparti costieri dell’Esercito Italiano che con il sacrificio della vita tennero alto l’onore dell’Italia difendendo il patrio suolo nella BATTAGLIA DI GELA contro preponderanti forze nemiche che sbarcarono qui il 10 Luglio 1943.

Questo marmo affinché il ricordo della loro azione rimanga sempre vivo nel tempo. Il Comune di Gela nel 70° Anniversario. 10 Luglio 2913. Il Sindaco”.

Angelo Fasulo, sindaco di Gela, è un democristiano di lungo corso, lo dico come apprezzamento perché attribuisco a quell’aggettivo il sinonimo di “ponderato, moderato, accorto”. Fasulo è un avvocato preparato, più che un conoscente, una persona perbene, al quale però le più recenti frequentazioni sinistrorse hanno fatto malissimo.

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Su quell’epitaffio ci sono due errori gravi, uno di ordine storico politico, l’altro di riferimento storico tout court. Non sono errori veniali, perché rientrano in una strategia deliberata di offesa alla verità storica, per dare ristoro alle correnti anti-americane, anti-atlantiche e anti-occidentali della politica locale, dove spesso alcuni esponenti non sanno mettere una frase con soggetto, predicato e complemento nell’ordine esatto (per non parlare della consecutio temporum…). Tra costoro anche alcuni laureati, per i quali è d’uopo porsi l’accademico quesito: ma che hanno frequentato corsi di laurea bilingui? Ma tant’è…

L’errore storico è che a Gela non combatté l’Esercito Italiano, ma il Regio Esercito Italiano, ossia la forza armata di terra del Regno d’Italia sotto il sovrano Vittorio Emanuele III, colui che diede il potere a Benito Mussolini e poi, trascorsi 21 anni, glielo tolse arrestandolo il pomeriggio di 15 giorni dopo lo sbarco alleato.

L’errore storico-politico è invece quello di definire la resistenza dei militari italiani un gesto per “tenere alto l’onore dell’Italia (del Regno d’Italia, semmai, ndr)”: al contrario, fu il tentativo assurdo di resistere dalla parte sbagliata della Storia, altrimenti tale riconoscimento dovrebbe essere attribuito a maggior ragione ai militari che aderirono alla Repubblica Sociale Italiana di Salò, che continuarono imperterriti la guerra a fianco dell’alleato e non tradirono gli impegni presi.

Questo giudizio sarebbe però corretto se giudicassimo gli atti in senso relativo, non entrando nel merito. Invece abbiamo il dovere di entrare nel merito. Sicché è un errore.  

La lapide (marmo: ma dove mai si sarebbe chiamata una lapide “marmo”?) è sbagliata nel merito, non perché ricorda la morte violenta di militari italiani, combattenti per l’Italia; ma perché esalta il gesto “eroico” di questi soldati italiani (che sacrificarono le proprie vite per uno Stato delinquente e che, pur combattendo dalla parte sbagliata, meritano le nostre preghiere), e si dimentica di onorare le due generazioni di australiani, canadesi, francesi liberi, gallesi, inglesi, neo-zelandesi, polacchi, scozzesi e statunitensi che si immolarono per la libertà dell’Europa, donando il loro sangue per la nostra vita.

Quella lapide vergognosa offende questi ragazzi, derubrica il loro sacrificio a invasione di occupazione, esalta le gesta eroiche di militari appartenenti a una nazione che partecipò alla Shoa propugnata dall’alleato germanico. Le leggi razziali del 1938 rimangono un’altra imperitura testimonianza di questa vergogna indelebile.

Cosa porta gli amministratori locali a incamminarsi in questi sentieri della vergogna? La retorica pacifista di Pio La Torre, non il politico che combatteva con coraggio (e il sacrificio della vita) la mafia, ma l’esponente comunista che manifestava contro l’istallazione dei missili Pershing a Comiso (Cruise era la versione imbarcata del Pershing, ndr), mentre sulle città europee pendeva la multipla spada di Damocle dei missili SS20 dell’Unione Sovietica, un impero nemico che foraggiava in molti modi il PCI.

Allo stesso modo oggi si tirano fuori le storie dei crimini di guerra (come l’Eccidio di Acate, denunciato però da militari americani e da un cappellano militare al seguito delle truppe alleate, un particolare non di poco conto; o la Strage di Passo di Piazza, con annesse missive al capo dello Stato, costretto a rispondere un generico “provvederemo”…) per svalutare la Liberazione da parte degli anglo-americani.

Ho scritto sul profilo Facebook del sindaco di Gela, Angelo Fasulo: “Caro Angelo, una vergogna! Neanche una parola per i li-be-ra-to-ri! Vergogna”. Poi ho aggiunto: “Non discuto la commemorazione di militari italiani che caddero nell’adempimento del proprio dovere, vittime di un popolo di ignoranti che non si era rivoltato contro un socialnazionalista, maestro scolastico e giornalista (miscela esplosiva).
Contesto che la giornata andasse dedicata AI LIBERATORI, a quei giovani americani, inglesi, scozzesi, gallesi, neozelandesi, australiani, canadesi che morirono per darci la libertà
”.

Angelo Fasulo mi ha risposto così: “Caro Vincenzo, oggi abbiamo ricordato tutti senza distinzioni. Senza amici o nemici. Né invasori né liberatori, semplicemente gli uomini. Ci sono stati altri due momenti oggi dedicati ai caduti dell’Esercito alleato e ai tanti, troppi caduti civili. Abbiamo deposto altre due corone sotto altre due lapidi, quella del municipio e quella di Porta Marina. Torno a ribadire che oggi abbiamo reso omaggio ai Caduti (tutti i caduti) della Guerra. Abbiamo commemorato i morti, militari e civili sepolti nei nostri cimiteri, dispersi nei campi o caduti sulle spiagge e abbiamo ricordato un giorno storico per la nostra città e per il mondo intero”. Risposta discutibile, molto discutibile, ma da apprezzare, perché sincera.

Il 10 Luglio 1943 c’era un Paese da liberare, gli anglo-americani sbarcarono per liberarlo.

Chi combatteva nel Regio Esercito Italiano combatteva per una causa sbagliata e chi morì per questo merita il nostro rispetto, le nostre preghiere, il nostro affetto intergenerazionale, ma non possiamo dimenticare che era dalla parte sbagliata.

I civili che morirono sotto i bombardamenti – e le mille storie dolorose sono una piaga ancora aperta – furono il prodotto di scelte sbagliate del governo italiano, che mise il Paese tra l’incudine della barbarie nazista e fascista e il martello della reazione delle Democrazie. Vi furono eccidi ingiusti, su cui dovrebbe agire la magistratura, come per il caso dei vecchi soldati nazisti superstiti, che di tanto in tanto vengono incriminati dopo oltre 70 anni.

Tutte queste considerazioni non possono però giustificare un relativismo storico, un pot-pourri per cui liberati, liberatori e nazi-fascisti vengono messi sullo stesso piano storico. Politicamente, l’Italia ha fatto in 70 anni passi da gigante. Oggi le donne e gli uomini delle Forze Armate italiane sono ovunque sinonimo di competenza, umanità, senso del dovere e della missione. Portano in giro nel mondo la lingua italiana, la lingua della Pace. Anche quando la Pace va imposta con l’uso o la minaccia dell’uso legittimo della forza militare.

Le Forze Armate italiane si sono trasformate da strumento di oppressione a strumento di liberazione, assistenza umanitaria e intelligente partecipazione alla rinascita civile di interi popoli; non rifuggono il pericolo fino all’estremo sacrificio, combattendo il nazislamismo dei talebani in Afghanistan in un quadro internazionale promosso dalle Nazioni Unite; sono il vanto di tutti gli italiani (con il cervello funzionante), a loro va sempre la nostra riconoscenza, perché tengono alto l’onore della Patria.

Ma nel 1943 i militari italianialmeno fino all’8 settembrecombatterono dalla parte del male, delle dittature, dell’orrore dell’Olocausto: gli altri combatterono dalla parte delle Democrazie.

E quella lapide – al netto degli errori – è sbagliata, scorretta. Vincenzo di Dio, un amico e collega, ha commentato in modo sarcastico questa foto: “Scusate, ma è uno scherzo? A parte la misera lapide, ma definire “forze nemiche” gli anglo-americani…dai dov’è la lapide giusta?”.

Ecco: dov’è la lapide giusta?

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@johnhorsemoon

10 pensieri riguardo “Lo Sbarco in Sicilia, dopo 70 anni la retorica antiamericana parifica liberatori anglo-americani e oppressori nazifascisti

  • 28/08/2013 in 10:20:15
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    Ah, ma allora non ci capiamo.
    La mafia, il vituperato fascismo, l’aveva combattuta duramente, l’aveva fucilata e sepolta, quando non sopita e silenziata, nonché decapitata!
    I boss superstiti si erano rifugiati a fare affari in Usa (circostanza nota a tutti fuorché, forse, a voi).
    E lì rimasero almeno sino al 1943, quando gli americani videro bene di oliare lo sbarco in Sicilia stringendo un accordo con alcuni di loro per facilitarsi assai le operazioni.
    E così fu: il generale Eisenhower, a mezzo dell’agente segreto Earl Brennan, strinse il patto di ferro (quello sì) con Salvatore Lucania (alias Lucky Luciano), detenuto in Usa per vari gravi reati, ed il suo compare Calogero Vizzini: “La collaborazione (e il ritorno al potere in Sicilia) in cambio della libertà”.
    A questi non parve vero.
    Accettarono e scatenarono il risveglio e il ritorno di tutti i capibastone (nel frattempo sepolti, silenziati, mummificati, come detto prima) i quali, prima dello sbarco, “caldamente consigliarono” – col tam tam ricattatorio che solo la mafia sa fare – la diserzione di massa a migliaia di siciliani in grigioverde. Questi ultimi erano il 50% degli effettivi impegnati nella difesa dell’isola; accadde così che quasi tutte le divisioni costiere e le divisioni di movimento Assietta e Aosta si sfaldassero (guarda caso non accadde alla Livorno e alla Napoli che non avevano predominanza di siciliani). Il passo successivo dei capobastone, che camminavano sicuri dietro il culo degli avanzanti americani, fu di insediarsi al posto dei (presunti)fascisti nelle amministrazioni locali, nei comuni, nelle annone, ovunque ci fosse da prendere; progressivamente infiltrarono i vertici del potere isolano con l‘organizzazione arrivando anche ad allearsi, nel dopoguerra, con gi indipendentisti e con l’altro agente segreto Usa, Finocchiaro Aprile.
    Non vi piacerà, ma così è, caro amico, sin da allora.
    E da questo patto scellerato del 1943 potete anche rintracciare le origini della trattativa stato/mafia.

  • 27/08/2013 in 16:19:10
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    ri-portato, non portato. Leggi bene

  • 26/08/2013 in 16:56:07
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    Che pena questo articolo pavido che critica la lapide.
    Semmai, ciò che va criticato è la miseria della stessa.
    Onore, comnque, ai fanti della Livorno che perirono in alcune migliaia nell’adempimento del dovere.
    Massimo disprezzo per gli americani che ci hanno riportato in casa la mafia e per gli italioti, come l’articolista, che continuano nel loro becero conformismo resistenzial-ignorante.
    W l’Italia libera (da tutti voi).

    • 27/08/2013 in 12:33:18
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      Si, è vero, gli americani ci hanno portato la mafia. Si, certo. Come no…

  • 24/07/2013 in 21:59:42
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    Sono Domenico Anfora, ricercatore storico dilettante e autore del saggio “Obiettivo Biscari” della Mursia e di qualche altro libro. Intervengo per dire che condivido quasi tutto ciò che ha scritto qui sù il giornalista di cui non sono riuscito a leggere il nome. Non sono pienamente convinto sulla dicotomia tra “Esercito Italiano” e “Regio Esercito Italiano”, poiché la stessa differenza potrebbe essere fatta tra “British Army” e “Royal British Army”. La realtà è che fino al 1946 gli italiani svolgevano il servizio militare nel Regio Esercito che era l’esercito italiano. Anche il “Royal British Army” è stato strumento per secoli dell’imperialismo inglese, ma rappresentava (ed era) senza dubbio l’esercito britannico.
    Precisato ciò, credo che sarebbe stato più opportuno ricordare tutti i caduti della battaglia di Gela, anche se alcuni combattevano per le Nazioni Unite e la libertà, altri per Paesi governati da dittature che avevano provocato la guerra. Però, è anche vero che fino all’8 settembre 1943 gli italiani non avevano possibilità di scelta e non possiamo che ricordare con pietà ed amore coloro che hanno sacrificato la loro gioventù e le loro vite con l’uniforme italiana.
    Oggi, purtroppo, la ricerca storica sulla seconda guerra mondiale, soprattutto locale, è in mano ai nostalgici, e ciò porta a produrre vari testi che fanno controstoria e una corrente di opinione che va in quella direzione, mettendo nello stesso piano la causa degli Alleati con quella dei nazi-fascisti.
    Io sono stato vittima di offese e censure per aver espresso il mio convincimento e il mio stretto legame con le istituzioni libere e democratiche della Repubblica Italiana, a cui mi sento legato come cittadino e come militare. Una volta sono stato offeso e minacciato in un forum per aver ringraziato i soldati canadesi venuti in Italia da oltreoceano per estirpare il cancro nazi-fascista. Un’altra volta sono stato diffidato per due volte (per aver espresso “opinioni politiche”) su un forum che parlava della campagna di Russia per aver detto che il criminale governo fascista non meritava l’enorme sacrificio dei nostri alpini. Un’associazione pseudo-storica si è dissociata dalle idee da me espresse in un opuscolo da lei finanziato, poiché ho raccontato sommariamente i crimini commessi dalle forze armate italiane contro le popolazioni della Libia.
    Nel mio ultimo saggio parlo delle stragi americane di Biscari, Comiso e Vittoria non perché li voglio mettere i militari americani sullo stesso piano dei nazisti, ma solo perché tali episodi accaddero durante la battaglia che ho raccontato. Bisogna, però, precisare che episodi simili accaddero in tutti fronti, commessi da tutti gli eserciti, magari rimanendo nell’oblio.
    W la libertà W la democrazia W la Repubblica Italiana

    • 24/07/2013 in 23:50:54
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      Caro Anfora, grazie del suo intervento. Sull’aggettivo “Reale”, ho voluto precisare che mi sembrava si volesse occultare in quel modo una pagina della storia italiana, troppo spesso archiviata come negativa. Non parlo del fascismo – che fu negativo malgrado le misure sociali prese da regime – ma della Monarchia e dei Savoia, che scrissero pagine anche positive nella storia italiana e che pagarono in prima persona l’orrore dello spazio dato al fascismo.

      Ha ragione e fa bene a raccontare gli eccidi, chiunque li abbia commessi. L’eccidio di Biscari, lei potrà insegnarmelo, emerse proprio grazie alla denunzia di militari statunitensi.

      La guerra è davvero un’azione irrazionale e un giorno si realizzerà la profezia di un grande siciliano in odore di santità, Luigi Sturzo, secondo il quale la guerra in quanto irrazionale sarà eliminata dall’uomo, essere razionale, come strumento di suicidio sociale.

      Qui lei avrà sempre spazio, non fosse altro che per il garbo con cui argomenta le sue tesi. E se vorrà, non solo nei commenti.
      (Vincenzo Scichilone)

      • 25/07/2013 in 20:09:46
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        Gentilissimo Scichilone, la ringrazio per la gentile ospitalità. Quello trascorso durante la guerra fu per gli italiani un tragico periodo di confusione morale. Mia nonna paterna aveva quattro fratelli: il primo tornò ammalato dalla campagna di Russia e morì poco dopo; il secondo era sottufficiale dei carabinieri ai confini con la Iugoslavia e in un conflitto a fuoco con partigiani sloveni ne uccise due e fu decorato; il terzo, guardia di P.S., aderì alla R.S.I. e durante l’insurrezione del 25 aprile, a Brescia, fu messo a muro dai partigiani e graziato all’ultimo momento; il più giovane era militare dell’esercito nel contingente di occupazione in Francia; a vent’anni si trovò in mezzo allo sfaldamento di un esercito di uno Stato in disfacimento; fuggì verso sud e si fermò in una fattoria nei pressi di Pisa, dove fu ospitato da una famiglia del luogo; nell’aprile del ’44, durante un rastrellamento, le truppe tedesche lo catturarono e lo fucilarono.
        In quel tragico periodo, per un giovane che era vissuto nella retorica patriottarda fascista, non era facile fare una scelta cosciente e molti pagarono anche la “non scelta” di fuggire.
        Saluti

        • 25/07/2013 in 23:57:47
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          Di quella guerra ho per fortuna i racconti di un ragazzino discolo e curioso, mio padre. Sulla piana di Gela quale giorno dopo lo sbarco, proprio dove è stata apposta quella lapide, scorse una pattuglia americana, ma indossava una maglietta nera recante una M grande sul petto. Ebbe la presenza di spirito (a 13 anni) di girarsela, sicché la M si spostò alle spalle. “Che significa quella M?” gli chiese un militare che i commilitoni chiamavano Joe, ma di evidenti origini sicule. Mio padre rispose “Mamma” e tutti risero di quel monello che aveva saputo industriarsi.

          La mia famiglia aveva rischiato l’espulsione dall’Italia nei primi anni ’30, perché (inconsapevolmente) i suoi membri non erano cittadini italiani, ma britannici, in quanto originari di Malta. Anche quella volta si erano industriati, sicché con un atto falso “divennero” italiani. Reca un documento di cui serbo l’originale: “Vincenzo Scichilone […] dichiara di riacquistare la cittadinanza italiana precedentemente smarrita”.

          A volte anche le sbadataggini dei nonni ricadono sui nipoti. A presto

  • 15/07/2013 in 10:21:12
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    Concordo su ogni singola parola

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