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La libertà religiosa è la via principale per la pace. Senza la libertà delle libertà, la guerra sempre dietro l’angolo

L’appello miope del Gran Muftì di Ankara. Quando si assicurerà la libertà religiosa nei Paesi musulmani? Nell’intervista rilasciata ad Aki-Adnkronos International, Mehmet Görmez ha chiesto a Papa Francesco un appello contro l’islamofobia, ma ha tralasciato di considerare una differenza fondamentale: le autorità religiose cristiane in giro per il mondo non promuovono apartheid, odio religioso, proselitismo violento, limitazione della libertà religiosa. Al contrario, i cristiani sono destinatari di questi crimini

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Verona – Proprio in queste ore, il Pontefice ha iniziato la sua visita in Turchia, terra di confine sull’orlo di una crisi di nervi, causata da un partito – Giustizia e Sviluppo di Recep Tayyp Erdogan – in pieno revanchismo islamista. Alla vigilia di questa importantissima visita che si pone all’orizzonte l’unità dei cristiani e della cristianità, il Gran Muftì di Ankara, Mehmet Görmez, ha rilasciato un’intervista all’agenzia di stampa italiana Aki-Adnkronos International, chiedendo al Papa un appello contro la montante (a suo dire) islamofobia.

En passant, ha definito anche “inaccettabile” la persecuzione religiosa di cui i cristiani sono destinatari in tutto il mondo musulmano, non solo in Iraq e nella Siria occupata dagli insorti contro il governo legittimo di Assad.

Uno sguardo limitato e un appello miope, perché l’islamofobia in Occidente e nei Paesi liberi è un dato trascurabile e tuttavia esecrato e combattuto dagli stessi cristiani, oltre che dalle autorità statali, dalla magistratura (per la propria sfera di competenza) e dalla società quasi nella sua interezza.

Avviene purtroppo il contrario nei Paesi islamici, dove solo una sparuta minoranza illuminata (e preparata a vivere secondo le regole della civile convivenza) si erge a protezione dei cristiani di ogni confessione, ogni giorno destinatari di apartheid religiosa, odio settario, fortissima limitazione della libertà religiosa.

Crimini contro l’umanità di cui i cristiani sono oggetto sia in Paesi apertamente ostili o in mano alla furia fondamentalista, come la Siria occupata dall’Isil o la parte dell’Iraq in cui il movimento jihadista che ha dichiarato guerra al mondo con l’intento di piegarlo all’islam radicale; sia in quei Paesi formalmente “amici”, i cui governi partecipano in maniera attiva alle relazioni internazionali con gli Stati occidentali, con reciproci scambi commerciali, economici, culturali, ma che impediscono l’esercizio pieno della libertà religiosa ai cristiani. Paesi in cui indossare un Crocifisso è considerato un reato passibile di pene di varia intensità, perfino della pena di morte.

Il 20 novembre scorso, il Patriarca Caldeo di Baghdad, Louis Raphael I Sako, ha chiesto ai leader politici e religiosi musulmani una presa di posizione contro i crimini commessi dall’Isil, definito “nazismo in nome dell’islam”. Analogamente, si potrebbe chiedere ai leader di altri Paesi lo stesso approccio.

Al contrario, i cristiani sono ogni giorno bersaglio di persecuzioni. Definirle sbrigativamente “inaccettabili” sembra…inaccettabile. Servono decisioni concrete e politiche attive, non aggettivi altisonanti ma scevri di conseguenze.

Uno scenario in cui al fondamentalismo islamico presto potrebbe essere schierato un fondamentalismo cristiano, minoritario ma reattivo. A discapito della convivenza civile, in cui le religioni giochino un ruolo unificante e non divisorio, pacificatore e non disgregante, promotore dei diritti umani e non della loro negazione.

La libertà religiosa – la libertà delle libertà – è il faro da seguire. E nella maggioranza dei Paesi musulmani purtroppo la libertà religiosa è negata ogni giorno, nel silenzio di tutti. Anche del Grand Muftì di Ankara.

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