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‘Toglimi le mani di dosso’. ‘Olga Ricci’ racconta in un libro le molestie subite

“Un libro per aprire un dibattito” su aspetti che riguardano la professione giornalistica (e non solo)

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Roma – Molestie sessuali e stampa. Argomento controverso, ma che per una volta non riguarda i modi con cui i giornalisti raccontano i fatti delle cronaca, ma come una giornalista – magari di bell’aspetto (ma è un dettaglio) – deve affrontare le molestie ricevute in un posto che in teoria dovrebbe essere escluso in partenza: la redazione di un giornale.

Olga Ricci è lo pseudonimo di una giornalista trentenne, che ha scritto un libro – “Toglimi le mani di dosso” – edito da Chiarelettere, in cui narra non una storia costruita sulle ali della creatività narrativa, ma sulla rabbia di una vicenda personale di molestie e ricatti subìti in una redazione di giornale, che l’ha segnata in modo evidente.

Un libro “tosto”, come lo definisce la stessa ‘Olga’ in una intervista concessa all’agenzia di stampa askanews, dopo la quale una luce sinistra si accende su certi ambienti giornalistici. Ma l’intento dell’autrice è quello di “aprire un dibattito” per sensibilizzare “le istituzioni” su un problema trascurato nel nostro Paese.

Il problema vero“, ‘Olga’ evidenzia, “è che in Italia ci sono le leggi, ma siccome c’è ancora una forte cultura maschilista le donne si scoraggiano e non denunciano le molestie subite sul posto di lavoro. E comunque, quando poi si arriva in tribunale, spesso il giudice non ti crede“. Se vi viene la pelle d’oca, beh, sappiate che è una reazione comprensibile.

Dopo aver inseguito per mesi il sogno di diventare inviata con in tasca un contratto giornalistico a tempo indeterminato, negatole da un direttore (di cui nel libro non si fa il nome) che in cambio avrebbe voluto favori sessuali, ‘Olga’ ha preso il coraggio a quattro mani e ha aperto un blog – Il porco al lavoro – che in breve ha ricevuto oltre 120.000 contatti e attraverso il quale ha inteso rendere di dominio pubblico la sua esperienza. 

A leggere il blog, si ha l’amara conferma che ‘Olga’ non è sola in questa battaglia silenziosa e condotto sotto copertura, perché una donna subire una molestia sessuale sembra quasi una colpa a carico, mentre un uomo che subisse analoghe attenzioni indesiderate da una donna (e anche da un uomo) magari sarebbe preso in giro e non compreso.

‘Olga’ ha però approfondito il tema delle relazioni tra generi e delle differenze di genere, ma attingendo alla corposa bibliografia anglosassone ha potuto verificare in modo scientifico quanto “in Italia su questo fronte siamo molto molto indietro”.

“Quando uno vive in questo paese e magari non parla bene l’inglese resta come in una bolla”, Olga spiega. “A me invece l’epifania rispetto a queste tematiche è scattata quando ho iniziato a recuperare il mio inglese, ho iniziato a studiare dei testi, e lì mi sono resa conto che c’erano delle parole per nominare tutto quello che avevo vissuto e anche altri aspetti della disparità di genere”.

Dall’esperienza del blog così è nata l’idea del libro, ma scriverlo non è stato facile. “In alcuni momenti è stato abbastanza faticoso”, ricorda.”Ripercorrere ogni volta sempre la stessa cosa mi ha fatto capire quanto è stato grave quello che mi è accaduto”, sottolinea. “Me lo ha fatto capire anche rispetto alle persone che mi vogliono bene e che lo hanno letto. Leggendolo è come se avessero visto quella violenza che mi faceva star male mentre succedeva, ma che loro non vedevano”.

Tuttavia, è stato positivo “che il blog sia diventato un libro e che un editore abbia creduto in me“, ‘Olga’ riflette, anche se non può fare a meno di notare “una resistenza di fondo da parte dei giornali, ovviamente perché racconto questa violenza nel mondo del giornalismo. E il mondo del giornalismo italiano è corporativo: la prima reazione è stata di fare fronte comune e isolare la critica“.

Un aspetto molto preoccupante è che alcune colleghe giornaliste – “poche però qualcuna c’è stata”, dice – le abbiano espresso la loro solidarietà, ma allo stesso tempo le abbiano consigliato di non rivelare la sua vera identità e di non concedere interviste in tv. “Mi hanno detto che se salta fuori il mio nome non lavoro mai più“). Omertà, un sostantivo che nella stessa frase contenente ‘giornalista’ non dovrebbe starci, considerato come errore grave del lessico civile. Ma tant’è, riflettendoci, è un consiglio affettuoso cui ‘Olga’ ha deciso di aderire.

Infatti ha scelto uno pseudonimo, una questione – dice ‘Olga’ – “molto controversa”: “C’è stato un brutto scambio di mail con una persona pubblica, una donna, cui avevo chiesto aiuto per diffondere il libro e che mi ha detto che sono una codarda perché comunque quello che sto facendo dovrei farlo in maniera diversa, facendo il nome mio e il nome delle persone coinvolte”, ripercorre. “Ma io poi come potrei vivere il resto della mia vita?” si chiede ‘Olga’, ponendo una questione che va dritta sul concreto.

Il libro però potrebbe essere un trampolino per allargare l’inchiesta su un piano più ampio, un progetto che a ‘Olga’ non dispiacerebbe, ma che comporta un’analisi dei costi molto seria. “Mi piacerebbe fare una cosa di data-journalism“, conclude, “però richiede una mole di lavoro notevole e bisogna trovare dei finanziamenti“.

Un progetto che però non è accantonato, ma presente nei piani di questa giornalista costretta a nascondere la propria identità, per evitare  di incappare nelle ritorsioni di un sistema – quello di un certo mondo del lavoro eretto anzitutto da un sistema di relazioni – che potrebbe emarginarla. 

Del resto, cosa pretende ‘Olga’? Solo di essere rispettata come persona e come donna, di non essere molestata dal primo superiore gerarchico, il piacione di turno in grado di influenzare la vita professionale (e non) con l’arma del mobbing e della piccola cialtroneria che produce un grande danno. In bocca al lupo, ‘Olga’.

(Credit: askanews) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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