Esteri

Afghanistan, Obama ordina il retromarch! Nel Paese sarà mantenuta una forza di 5.500 militari dopo il 2016

“Gli afgani non possono garantire la sicurezza da soli”, dice il presidente più scandaloso della storia statunitense, Sor Tentenna (a voler essere magnanimi) alla Casa Bianca

Washington – Il presidente americano Barack Obama non rispetterà l’impegno di ritirare tutti i militari statunitensi dall’Afghanistan entro la fine del 2016. Lo ha annunciato oggi, ordinando un sostanziale retromarch su quanto previsto in precedenza, rimangiandosi la promessa data in campagna elettorale nel 2008. Probabilmente la decisione più azzeccata della sua controversa presidenza, considerata da molti osservatori la peggiore dell’intera storia americana, perfino peggiore di quella monomandato di jimmy Carter (e non era facile, ndr).

Il piano di ritiro è stato quindi bloccato: in Afghanistan resteranno 5.500 militari per continuare ad assistere Kabul alla stabilizzazione del Paese. Attualmente, ci sono 9.800 soldati statunitensi e il nuovo piano della Casa Bianca prevede di mantenere inalterato il contingente per quasi tutto il 2016, con una progressiva riduzione a partire dall’inizio del 2017, da concludersi entro fine anno. 

Lo ha anticipato il ‘New York Times’. “Non lasceremo che l’Afghanistan diventi il rifugio dei terroristi. È una missione di vitale interesse per la nostra sicurezza”, ha detto l’inquilino di White House. “Le forze afgane hanno fatto passi avanti, ma non sono ancora quello che dovrebbero essere”, ha aggiunto, precisando che “i talebani hanno guadagnato terreno e potrebbero portare attacchi mortali a Kabul e alle altre città. La situazione in alcune aree chiave dell’Afghanistan è ancora fragile – ha spiegato Obama – e sono state le autorità a chiederci di mantenere il nostro sostegno”.

La decisione, secondo le fonti del NYT, è maturata dopo mesi di colloqui tra autorità civili e militari afghane e americane. Il Pentagono, attraverso gli ufficiali impegnati sul teatro, avrebbe convinto il presidente sul fatto che le condizioni sul terreno fossero mutate rispetto al momento in cui Obama aveva annunciato il ritiro. Una balla a uso e consumo della stampa e con fini elettorali, perché non c’è dubbio che questa decisione avrà una influenza sulle primarie democratiche e perfino sulla corsa alla Casa Bianca del 2016.

Nell’ambito della riformulazione del piano di presenza delle forze americane in seno all’ISAF (International Security Assistance Force), una parte minoritaria sarà destinata all’addestramento dei militari afghani, mentre la maggior parte continuerà a dare la caccia ai miliziani jihadisti del movimento talebano, di al-Qaeda e dell’ISIS, o di altri gruppi fondamentalisti presenti in Afghanistan.

Vale la pena di ricordare che il ritiro dall’Iraq (deciso da Obama) e il precedente scioglimento delle Forze Armate regolari di Baghdad (deciso dal predecessore Bush) sono alla base del successo registrato dal movimento jihadista sunnita che si è autonominato ‘Stato Islamico dell’Iraq e del Levante’ (ISIL o ISIS, Islamic State of Iraq and al-Sham), dove per ‘Levante’ si intende Siria. Senza queste due decisioni (la prima presa insieme a quella condivisibile della debaatizzazione del Paese), i jihadisti sunniti avrebbero avuto meno appeal sulla popolazione della medesima confessione, che ha avvertito negli anni la preponderante oppressione sciita del governo iracheno legato a Teheran.

Nel riformulare il piano di ritiro (che di fatto è stato revocato, anche se formalmente è solo riprogrammato), Obama ha riconosciuto che le forze di sicurezza afghane non sono ancora in grado di contrastare da sole i jihadisti. Un fatto che era evidente già otto anni fa al più sprovveduto degli analisti internazionali, ma che certifica l’incompetenza scandalosa di Obama e della sua squadra di governo.

Una decisione peraltro che potrebbe avere riflessi anche per l’Italia, che ufficialmente dovrebbe ritirare il contingente presso l’ISAF entro la fine del prossimo Gennaio. Un ritiro che oggi viene messo in discussione in modo deciso.

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