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La rivincita di George Harrison: ‘All Things Must Pass’ compie 45 anni

Il 30 novembre 1970 usciva il primo vero album solista del chitarrista dei Beatles, che avrebbe rivelato al mondo il talento compositivo del membro più introverso del gruppo

Tutto ebbe inizio da quel 10 aprile 1970 quando, con un’intervista pubblicata sul Daily Mirror, Paul McCartney annunciava pubblicamente la fine dei Beatles, la cui causa ultima è da rintracciare nelle modifiche apportate da Phil Spector alla traccia “The Long and Winding Road” (contenuta nell’album Let It Be), ma che di fatto sanciva il termine di un rapporto che aveva già cominciato a scricchiolare durante la lavorazione, appunto, di Let It Be, poi accantonata, e quella del successivo Abbey Road (ultimo album del gruppo ad essere registrato in studio).

In sala prove, infatti, i membri più carismatici, Paul McCartney e John Lennon, facevano a gara di arrangiamenti in maniera non più cooperativa ma sprezzante nei confronti l’uno dell’altro, con Ringo Starr pronto a ritirarsi definitivamente e George Harrison sempre più frustrato dal vedersi rifiutare i propri pezzi.

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A quel punto fan e critici, inconsolabili dallo scioglimento della band più importante della storia della musica moderna, attendevano con ansia i lavori solisti di ciascun membro per poter misurare in maniera un po’ sadica il talento di questi ultimi, una volta finita l’esperienza collettiva. Il primo album ad uscire fu anche il meno atteso: il 27 marzo 1970 Ringo Starr debuttò come solista con una scialba raccolta di cover anni Quaranta e Cinquanta intitolata Sentimental Journey. Le vendite furono buone, debitrici dell’effetto scioglimento, ma le critiche furono prevedibilmente pessime.

Con il protrarsi del silenzio di Lennon, è McCartney a sferrare il primo colpo con l’album intitolato semplicemente McCartney: uscito il 17 aprile, ottiene subito la prima posizione negli Stati Uniti, ma deve accontentarsi della seconda in patria, nel Regno Unito, dove neanche un mese più tardi sarebbe stata pubblicata l’ultima opera a firma Beatles, Let It Be. Contrariamente a quanto sarebbe accaduto in futuro, dove avrebbe lavorato a stretto contatto con la moglie Linda, Paul fu l’unico autore dell’album, in cui spiccano “Junk”, canzone scartata dal White Album, e soprattutto “Maybe I’m Amazed”, che ben presto diverrà un vero cavallo di battaglia nei concerti del baronetto di Liverpool. La critica dell’epoca storse il naso, giudicandolo troppo leggero, ma oggi il disco è stato rivalutato, sebbene non risulti il migliore della sua spesso altalenante carriera.

La risposta di Lennon tardava ad arrivare e come un fulmine a ciel sereno arrivò la notizia che George Harrison stava iniziando le registrazioni di quello che sarebbe divenuto il suo terzo album solista, nonostante i primi due non siano da considerare veri e propri album, in quanto il debutto, Wonderwall Music, è una colonna sonora (dove peraltro Harrison è accreditato solo come arrangiatore), mentre il secondo (Electronic Sound) è un disco sperimentale composto da due brani della durata di venti minuti circa ciascuno.

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Accortosi di avere una quantità vastissima di materiale inedito, composto mentre era in forze ai Beatles, Harrison non era pienamente convinto del potenziale della sua produzione, tanto da arrivare a offrire più volte ad altri i propri brani (nomi del calibro di Frank Sinatra e Eric Clapton). Alla fine del 1969 si trovava in tour con i Delaney & Bonnie, quando gli venne l’ispirazione per un brano molto spirituale e astratto (“My Sweet Lord”), che ben rispecchiava il suo io interno e la perenne lotta che contrapponeva la sfera religiosa a quella materiale della sua esistenza.

Convinto definitivamente da Phil Spector, oltre che dal consiglio degli amici Clapton e Bob Dylan, con cui aveva da poco realizzato la cover di “If Not for You”, parte la produzione del progetto che avrebbe permesso al chitarrista di dare il via alla sua carriera solista. I problemi non tardarono a manifestarsi, soprattutto per quanto riguarda la scelta dei brani da inserire nel disco: questi erano davvero molto numerosi e il rischio di una perdita del potenziale era altissima. Una cosa, però, metteva tutti i collaboratori di Harrison d’accordo: i brani erano eccezionali, dal primo all’ultimo; così, si optò per la scelta di un disco triplo, opzione ben più complicata di quanto avvenuto per l’unico doppio dei Beatles, il White Album. Si sarebbe trattato in sostanza di due dischi contenenti i brani selezionati, più un terzo con le jam session ricavate dagli studi della Apple in Abbey Road.

Il debutto di All Things Must Pass (questo l’enfatico titolo dato all’album), datato 30 novembre 1970, fu anticipato il 23 novembre dalla pubblicazione del singolo “My Sweet Lord” negli Stati Uniti: la critica rimase a bocca aperta. Fino ad allora, infatti, le firme più prestigiose delle riviste musicali avevano sempre snobbato il talento compositivo del membro più schivo e riservato di Beatles, che però aveva regalato perle intimiste e indimenticabili come “While My Guitar Gently Weeps” o la crepuscolare “Something”. Il disco schizzò in cima alle classifiche, sia di quelle americane che di quelle britanniche, fagocitando i debutti precedentemente pubblicati dai colleghi e mettendo quasi in sordina l’uscita di John Lennon/Plastic Ono Band, uscito l’11 dicembre dello stesso anno e giudicato anch’esso positivamente dalla stampa specializzata.

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La copertina di “All Things Must Pass”

All’interno della monumentale opera di Harrison (a tutt’oggi considerato il suo lavoro migliore) è possibile trovare una mole eterogenea di materiale, amalgamato splendidamente dal produttore Spector grazie all’utilizzo del cosiddetto “Wall of Sound”, il muro sonoro che faceva da sfondo a tutte le partiture. All Things Must Pass, sebbene sia il suo primo album, può oggi essere considerato come un’opera testamento di quello che hanno significato la musica, il concetto di fede e la sperimentazione per George Harrison. Non è un caso che quasi ogni brano del disco sia entrato nella storia: dal singolo di debutto, all’equivalente “What Is Life”, da “Isn’t It a Pity” alla rancorosa “Wah-Wah” (testimonianza della frustrazione patita da Harrison negli ultimi anni dei Beatles), senza dimenticare la commovente title track e la “Ballad of Sir Frankie Crisp (Let It Roll)”, dedicata al proprietario dell’antica dimora acquistata dal chitarrista, il cui immenso giardino è raffigurato nell’immagine scelta per la copertina dell’album.

A quarantacinque anni di distanza, All Things Must Pass è la vera rivincita di George Harrison sui colleghi di un tempo e con i suoi 6 dischi di platino è l’album di maggior successo di un ex Beatles. Tutto passa, ma la musica rimane in eterno.

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