Festival di Cannes. The Great Gatsby

Lo sfarzo di Baz Lurhmann al servizio del capolavoro di Francis Scott Fitzgerald

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Baz Luhrmann è un regista inconfondibile con nessun altro della sua generazione; vero e proprio spartiacque del cinema contemporaneo; è l’artista che ha saputo plasmare un genere cinematografico completamente nuovo e affascinante, artefice dello spettacolo post-moderno per eccellenza. Un post-moderno dell’immagine, sfarzosa, kitsch, colorata, brillante, effervescente. I suoi film sono spesso paragonabili alle campagne pubblicitarie di certi profumi alla moda, ma non per questo meno degni di considerazione, perché il suo è uno spettacolo “spectacular” che regge per tutto l’arco di un’intera pellicola. Lo aveva già dimostrato con William Shakespeare’s Romeo + Juliet, prendendo il re del teatro inglese e catapultandolo nella Los Angeles contemporanea; e poi ancora con la Parigi del 1900 allestendo uno straordinario palcoscenico all’interno dello sfavillante e coloratissimo Moulin Rouge.

La magia visionaria e sensazionale si ripete anche stavolta, con la più amata e celebre opera di Francis Scott Fitzgerald, quel The Great Gatsby che inquadrò un’intera nazione e ne preconizzò la più sconcertante rovina con un piglio malinconico e poetico, usando sovente l’elegia come mezzo per enfatizzare ancor di più la caduta di un popolo grande, troppo grande, che stava per perdere il senso delle cose, riconducendo la propria vita all’unico dio che davvero si stava appropriando delle loro anime: il dio denaro. Più ancora, su un piano di lettura più interno, e per questo dirompente, The Great Gatsby parlava di solitudine, quella che caratterizzava il suo personaggio principale, che non si permetteva di presenziare alle sue stesse feste sempre piene di gente senza nome, il cui unico scopo era l’affogare la propria celata depressione emotiva nell’alcool servito a litri negli appositi tavoli e minibar; nel costante andirivieni di drink e bevute senza sosta c’era un implicito grido del disperato bisogno di ostentare una personalità che il denaro aveva finito per inghiottire del tutto, cancellando anche la speranza dagli occhi dei suoi adulatori.

Luhrmann d’altro canto utilizza il personaggio di Nick Carraway in maniera molto più funzionale alla vicenda, dandogli modo di essere una vera e propria cornice al racconto della storia che vive in prima persona e donandogli una nuova caratterizzante veste (unico cambiamento concreto in un film altrimenti fedelissimo al materiale originale di partenza). È proprio questo suo continuo commento fuori campo ad essere purtroppo la vera pecca di un film che punta tutto (o quasi) sulla componente visiva e suggestiva delle immagini; immagini che oltre a strabiliare gli occhi dovrebbero essere in grado di suggerire quello che in modo più esplicito Luhrmann mette in bocca al personaggio giudicante di Carraway. Il confronto con il capolavoro di Jack Clayton del 1974 (e scritto da un Francis Ford Coppola all’apice della carriera) è da questo punto di vista emblematico: i personaggi di quella versione, tutti quanti molto abbottonati, ammiccavano con costanza verso lo spettatore mal celando un senso di profonda tristezza e depressione, sintomo psicologico potente e nucleo narrativo di tutta l’opera di Fitzgerald.

Così il regista australiano non può fare altro che spingere sull’acceleratore nella parte conclusiva di una pellicola che fino al quel momento aveva sparato (nel migliore dei modi possibili) tutte le proprie cartucce: dalla conturbante e suadente attesa inziale alla sensazionale, scoppiettante, esuberante presentazione del personaggio del titolo, dalle frenetiche e reboanti corse in auto all’esaltazione estrema delle scenografie curate nel dettaglio. Un’attenzione maggiore nello sparpagliare i vari flashback del passato di Gatsby avrebbe potuto contribuire a diluire quel senso di incompreso che permea la confusione finale, ma sarebbe un po’ come chiedere a Lurhmann di fare qualcosa che è al di fuori da se stesso e il suo pubblico finirebbe per diventare un altro. Egli rimane quindi coerente con la sua poetica da esteta, che qui coglie anche l’occasione per citare la sua filmografia, raccogliendo anche stavolta la sfida di sostituire (e/o mixare) il Jazz simbolo dei ruggenti anni Venti con il ben più recente Hip Hop (ma di eguale derivazione afroamericana): una mossa tanto affascinante quanto riuscita per immergere fino ai limiti del possibile il pubblico dell’odierna sala nelle atmosfere allucinanti di quella maestosa e corrotta epoca. In più sceglie bene di girare il tutto in uno straordinario 3D nativo rivelatosi perfettamente efficace e avvolgente.

Inaspettatamente potente appare la performance di Leonardo Di Caprio (forse la sua prova migliore da qualche anno a questa parte, dopo aver intascato anche gli elogi per Django Unchained) che modella la statuaria e iconica figura del personaggio sulle sue sottili e sempreverdi sembianze; nei primi tre quarti di pellicola non si vede mai in modo diretto, ma è come se si mostrasse in tutto il suo infinito fascino, per poi catalizzare il suo carisma in tutto il resto della pellicola spesso con qualche cenno sopra le righe.

Era difficile (ma non impossibile) raggiungere le vette di Robert Redford, fino ad oggi unico e vero Jay Gatsby sul grande schermo e che ora potrà accogliere al proprio fianco anche la star di Titanic. Il resto del cast poi svolge bene il proprio compito: Tobey Maguire non è mai stato un astro di Hollywood, ma serviva qualcuno che non offuscasse la stella Di Caprio, Carey Mulligan potrà sembrare ai più come mono espressiva e piatta, tutti sintomi di un personaggio che non può spingersi oltre a causa di una sceneggiatura che non mira ad ulteriori approfondimenti psicologici (salvo nella frettolosa conclusione).

In chiusura, il risultato è un buon film, un buon film di Baz Lurhmann, il regista della superficie. (Ma che scintillante superficie!).

VOTO : 6,5

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Il Grande Gatsby – Il Trailer Ufficiale Italiano

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