Marò, la Suprema Corte dà 7 giorni all’accusa per formulare l’incriminazione. De Mistura in aula

Termine perentorio per incriminare i due militati italiani. Il 10 febbraio l’udienza in cui sarà stabilito il capo di imputazione per Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, bloccati in India da una inchiesta che non avrebbe mai dovuto essere avviata

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New Delhi – Udienza interlocutoria questa mattina in India, per il caso dei due Marò del Battaglione San Marco – Salvatore Girone e Massimiliano Latorre – bloccati in India da due anni dall’inchiesta per l’uccisione di due pescatori del Kerala, che le autorità locali ritengono assassinati dal tiro dei due militari italiani.

Di fronte al ricorso presentato dall’Italia, il presidente di sezione della Corte Superma che si occupa del caso, Balbir Singh Chauhan, ha ascoltato le ragioni del ricorso proposto dall’Italia e ha poi concesso solo una settimana ancora alla pubblica accusa, per formulare i capi di imputazione dei due militari italiani.

A due anni dall’avvio dell’inchiesta, infatti, non è stata ancora formulata un’imputazione precisa, con un balletto giudiziario che ha fatto saltare la questione da una corte del Kerala alla Corte Suprema federale, passando per un Tribunale Speciale dichiarato poi illegittimo.

Sui fatti e gli atti avvenuti in mare vigono, infatti, le norme del diritto internazionale pattizio (ossia determinato con convenzione ad hoc) formulate nel Trattato di Montego Bay del 1982 (United Nations Conventions on the Law of the Sea, UNCLOS) che stabilisce precise regole in casi analoghi. Nella fattispecie, sui reati commessi in acque internazionale sono di competenza dello Stato di bandiera della nave.

Ormai è acclarato che l’eventuale uccisione da parte dei militari italiani – seppure per un tragico incidente e fraintendimento – è accaduto in acque internazionali, ragione per cui a indagare sui fatti deve essere un tribunale italiano, nella fattispecie la procura di Roma, competente per i reati commessi da italiani fuori dal territorio nazionale continentale (visto che una nave battente bandiera italiana costituisce comunque una porzione di territorio nazionale).

Il prossimo 10 febbraio sarà dunque il termine ultimo per sapere a quale specchio la pubblica accusa indiana si appiglierà per sostenere una potestà giurisdizionale che è infondata. Del resto anche i media indiani hanno negli ultimi giorni rilevato che la questione è frutto di un’errata gestione da parte del governo federale, che potrebbe avere ripercussioni internazionali per il grande Paese asiatico.

Staffan De Mistura, inviato speciale del Governo italiana e che si occupa dell’affaire marò da due anni con risultati sotto gli occhi di tutti, era presente all’udienza. Prima di recarsi alla Corte Suprema, De Mistura ha voluto chiarire la posizione ferma dell’Italia (meglio tardi che mai?). “Sarò nell’aula del tribunale per testimoniare concretamente la determinazione dell’Italia a risolvere il caso, un sentimento manifestato in modo molto chiaro anche recentemente dal nostro presidente“, aveva detto De Mistura ieri ai giornalisti riuniti davanti all’ambasciata italiana, riferendosi alle parole espresse dal presidente della Repubblica dei Caduti dal Pero, Giorgio Napolitano.

La presenza di De Mistura in India intenderebbe “dimostrare il livello di indignazione e di determinazione della Repubblica italiana e dimostrare alla giurisdizione indiana che l’Italia esige una risposta“, ha aggiunto il diplomatico italiano di origini svedesi. 

Abbiamo chiesto alla Corte che, di fronte all’indecisione della pubblica accusa, i maro’ siano autorizzati a tornare in Italia“, ha detto l’inviato speciale del Governo all’Ansa, spiegando che “questa richiesta la ripeteremo con forma anche lunedì prossimo indipendentemente dall’esito dell’udienza“. “La Pubblica accusa non può più giocare con i tempi. Abbiamo ricordato – ha spiegato De Mistura – tramite il nostro avvocato che ci sono stati 25 rinvii giudiziari senza un pezzo di carta“. “Prima l’unica linea rossa era il non utilizzo del Sua Act. Ora lo sono diventati anche i ritardi“, ha sottolineato, confermando che anche lunedì prossimo sarà in aula.

Secondo l’Ansa, prima dell’inizio dell’udienza De Mistura ha avuto un colloquio con il procuratore generale Vanvahati e ‘inviato speciale del governo ha definito l’incontro “franco e schietto“. Il rappresentante del governo indiano aveva chiesto al giudice un rinvio dell’udienza da 2 a 3 settimane, per permettere al governo di ufficializzare la propria posizione. “Noi sappiamo benissimo che sarebbero diventate 4 o 5 settimane o di più“, ha affermato De Mistura. 

Significativa è però l’affermazione del giudice Balbir Singh Chauhan, il quale al contrario ha concesso un termine perentorio e stringente alla pubblica accusa: “Vi concedo ancora una settimana, ma non sono disposto ad attendere oltre“, ha chiuso l’udienza il presidente della sezione della Corte Suprema indiana, segnando forse il passo decisivo all’annosa questione, che come sappiamo ha diviso l’India più di quanto si percepisca in Italia.

Occorrerebbe tuttavia dire che la gestione della questione da parte del Governo italiano è stata inefficace e cialtronesca, perché non risulta agli atti l’avvio di una procedura volta a contestare sul piano giudiziario sovranazionale le innumerevoli violazioni giuridiche perpetrate dall’India.

Sulla controversia che oppone l’Italia all’India echeggiano le ferme parole della ministra degli Esteri, Emma Bonino: il silenzio.

Ultimo aggiornamento 3 Febbraio 2014, ore 10.17 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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