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Scattata “Operation Protective Edge”, gli israeliani verso Gaza

Il primo ministro israeliano ha precisato i termini dell’operazione: “con Hamas ora ci leviamo i guanti”. Incursione di un commando di Ezzedim al-Qassem su Israele a Nord della Striscia di Gaza, neutralizzata dalle forze di sicurezza israeliane. Esplosioni a Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa, Ashdod. In azione il sistema anti-missile “Iron Dome”. Obama condanna lancio di razzi, ma chiede a Israele di lasciare aperta una porta al dialogo diplomatico. Lega Araba chiede riunione Consiglio di Sicurezza Onu, Ban Ki-moon: fermatevi

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Tel Aviv – Poco più di un anno e mezzo dopo l’operazione ‘Pilastro di Difesa’, Israele non si accontenta dell’ondata di raid aerei in corso da quasi 24 ore e sintetizzata nel nome in codice ‘Confine Protettivo’: si prepara a una nuova invasione della Striscia di Gaza, in risposta alla pioggia di razzi di Hamas, almeno centotrenta dalla mezzanotte scorsa.

Il gabinetto presieduto da Benjamin Netanyahu ha autorizzato il richiamo in servizio di 40mila riservisti, oltre ai 1.500 già mobilitati.

Scattata dunque una campagna terrestre, in cui Tsahal opererà “per gradi” e che quindi non si prevede possa esaurirsi in breve, ma sarà “lunga e intensa”, ha informato il ministro della Difesa, Moshe Yaalon. A ridosso della frontiera con l’enclave controllata da Hamas si ammassano truppe corazzate pronte a entrare nella Striscia di Gaza. La parola d’ordine è “colpire duro” e, ha sottolineato sempre Yaalon, “esigere da Hamas un prezzo molto pesante“.

Un prezzo pesante di sicuro è già stato pagato: almeno diciotto i morti nel piccolo territorio, circa cento i feriti, in entrambi i casi anche guerriglieri, ma soprattutto civili, visto che i miliziani di Hamas e di Ezzedim al-Qassem si nascondono in mezzo alla popolazione civile di proposito, per tentare di intimidire la risposta militare israeliana e sfruttare poi, sotto il piano mediatico, la morte dei poveri civili coinvolti. Una barbarie nella barbarie. 

Hamas non si è limitata a scagliare razzi di ogni specie su Israele, 23 dei quali sono stati intercettati dal sistema di difesa anti-missile “Iron Dome”, sia a Gerusalemme – dove sono state udite quattro esplosioni dopo che erano scattate le sirene dell’allarme missilistico – circostanza confermata da fonti locali, anche giornalistiche, che però hanno riferito di tre esplosioni. Allarme aereo/missilistico anche a Tel Aviv. 

Ma questa notte i miliziani dell’ala militare di Hamas hanno attaccato via terra Israele, in un’azione non kamikaze nel senso diretto del termine, ma di fatto suicida, visto la sproporzione delle forze e della preparazione sul campo di battaglia convenzionale. Un commando di Ezzedim al-Qassem è entrato infatti in territorio israeliano via mare, nei pressi della spiaggia del Kibbutz Zikim, a nord della Striscia di Gaza. I due avrebbero ingaggiato uno scontro a fuoco con i militari della Brigata Givati prima di essere uccisi, ma godendo della protezione di una salva di lanci di razzi Katyusha, piovuti su due diverse basi militari israeliane, causando un numero non confermato di perdite. 

Lo stesso braccio armato di Hamas ha rivendicato i lanci missilistici su Gerusalemme, Tel Aviv, il porto di Haifa e Ashdod in un comunicato con cui ha elencato i  tipi di missili utilizzati: “Haifa con un razzo R160, Gerusalemme occupata (ovest, ndr) con quattro M75”, con Tel Aviv obiettivo di altrettanti missili dello stesso tipo, mentre su Ashdod sarebbero “piovuti” 12 missili 38 Grad. 

Nel frattempo, il portavoce delle IDF (Israeli Defence Forces), generale Motti Almoz, ha precisato che “non ci sono notizie di vittime in alcuna delle aree d’impatto“, ma solo una di tali località sarebbe stata identificata, quella di Zikim, adiacente all’omonimo kibbutz e situata a ridosso del litorale, appena 2 chilometri e mezzo a nord-est del confine con la Striscia. Ossia il posto dove le fonti militari israeliane hanno sostenuto di aver eliminato gli incursori di Ezzedim al-Qassem. Tuttavia, analisti hanno riflettuto sulla modalità utilizzata dall’infiltrazione, inusuale, con giudizi discordanti: alcuni sostengono che è la dimostrazione della determinazione di Hamas a combattere, altri invece la innestano in un tentativo di provocazione disperato, per “pagare un costo” spendibile e livello mediatico, per poi strappare un cessate il fuoco prima che Tsahal entri a Gaza.

La crisi è stata avviata dal sequestro e dall’omicidio di Eyal Yifrah (19), Gil-Ad Shayer e Naftali Frenkel (entrambi di 16 anni), poi inasprita dall’assassinio di un sedicenne palestinese a Gerusalemme Est, Mohammed Hussein Khdeir, per l’omicidio del quale le autorità israeliane hanno arrestato sei terroristi nazionalisti ebraici, dei quali tre hanno confessato l’assassinio definito dal primo ministro Netanyahu “abominevole”

Una differenza sostanziale con l’atteggiamento delle autorità di Hamas nella Striscia di Gaza, che non solo hanno negato il coinvolgimento di tre sospetti determinati e ricercati dalle forze di sicurezza israeliane, ma hanno rilanciato lo scontro, avviando la campagna di lanci di missili su Israele in risposta alla campagna di ricerca dei   criminali efferati che i hanno assassinato tre giovani seminaristi vicino Hebron

Una differenza che sembra sfuggire all’Amministrazione Obama, preoccupata più di una finta pace e un finto dialogo con Hamas, che non a un vero processo di pace che si fondi – anzitutto – sul reciproco riconoscimento del diritto ad esistere. Hamas non sa più come dirlo: il primo punto del programma del Movimento di Resistenza islamica è l’eliminazione di Israele e lo sterminio degli israeliani. Su questa base, chi aprirebbe un dialogo con il proprio carnefice?

Tuttavia Obama ama tenere i piedi in due paia di scarpe diverse, a seconda dell’interlocutore. Da un lato condanna la campagna missilistica di Hamas su Israele, dall’altro spinge Netanyahu a lasciare aperto un canale di dialogo con i palestinesi. La Lega Araba ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, mentre il segretario generale Ban Ki-moon ha  chiesto a entrambe le parti di fermare l’offensiva.

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