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EditorialiIn Primo Piano

Il “Caso Marò” e la lotta tra disabilità: India sorda; Italia cieca, muta e anche monca…

Nel saluto alle Forze Armate per le imminenti festività di Natale, il presidente delle Repubblica ha parlato con Salvatore Girone, uno dei due sottufficiali della Brigata San Marco rimasti impelagati nelle indagini infinite della magistratura indiana per l’assassinio di due pescatori al largo del Kerala. E il capo dello Stato ha fatto riferimento alla sordità dell’India, ma ha dimenticato l’inetta gestione dei tre governi italiani succedutisi nei tre anni in cui si è prolungata questa vicenda.  E Girone – pur con garbo e rispetto istituzionale – non ha taciuto. Infatti, il video non è visibile sul profilo Youtube della Presidenza della Repubblica…

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Ennesima puntata de “Il Caso Marò”, la farsa prodotta in joint-venture dall’India e dall’Italia sulle teste di due pescatori uccisi (ma non si sa da chi) e su quelle di due militari della Marina Militare Italiana, in missione di Stato su una nave italiana (quindi in territorio italiano) nell’ambito di un’operazione di lotta alla pirateria marittima internazionale, che ha flagellato i mari dell’Oceano Indiano negli ultimi anni.

Ma che ve lo diciamo a fare? Se state leggendo questo articolo, sarete a conoscenza della storia. Altrimenti, cliccate qui: potrete leggere quel che è avvenuto e come lo abbiamo analizzato finora. E se lo avete già fatto, allora Vi aspettate che qui si dia torto al presidente della Repubblica e ai Governi italiani fin qui succedutisi nell’affrontare in modo sbagliato la questione.

Da parte parte indiana c’è stata sordità? No, c’è stata piena, deliberata, ragionata e mal gestita volontà di violare il diritto internazionale – sia generale, che particolare: marittimo – un comportamento che avrebbe meritato, merita e meriterà una denunzia di fronte alle Nazioni Unite, che sono garanti del rispetto dei trattati internazionali e che, nello specifico, furono promotrici dei negoziati per addivenire a una codificazione del diritto internazionale marittimo con una convenzione internazionale, conclusasi dopo molti rinvii e negoziati con la firma a Montego Bay il 10 Dicembre 1982. Con UNCLOS il diritto internazionale marittimo finì per essere consuetudinario e diventò un trattato scritto regolato dalla regola fondamentale pacta sunt servanda (i patti si devono rispettare: ma vige anche per il diritto consuetudinario, che è la fonte principale del diritto internazionale) rafforzata dalla firma degli Stati aderenti: tra cui India e Italia.

Nella fattispecie – repetita iuvantl’India non ha rispettato le norme del diritto marittimo in materia di incidenti di rilevanza penale accaduti in acque internazionali (articolo 97 del Trattato Unclos-United Nations Convention on the Law of the Sea); le norme sulla risoluzione della controversie (che impongono la “buona fede”: articolo 300, parte XVI del trattato); le norme sulle immunità diplomatiche e sull’immunità funzionale di militari in servizio per conto di uno Stato (Trattato di Vienna 1961) in operazioni sotto l’egida delle Nazioni Unite.

A fronte di queste violazioni, l’Italia ha opposto uno sguardo cieco, una bocca muta e mancanza di attributi in 20141223-girone-salvatore-320x213ogni passaggio della filiera. Moltiplicato per tre, ossia per i tre governi che si sono occupati delle vicenda: il Governo Monti, il Governo Letta e il Governo Renzi. Con i rispettivi ministri della Difesa e, soprattutto, degli Esteri: in particolare, Emma Bonino e Federica Mogherini alla Farnesina; Giampaolo Di Paola, Mario Mauro, Roberta Pinotti a viale XX Settembre.

E, in particolare, l’Italia non ha esercitato i diritti derivanti dal dalle norme del Trattato sulla risoluzione delle controversie nell’applicazione dello stesso trattato (Articolo 287), non adendo uno dei tre fori giudiziari applicabili: il Tribunale sul Diritto del Mare di Amburgo; la Corte Internazionale di Giustizia; un Arbitrato ad hoc. La quarta istanza giudiziaria volontaria – un Arbitrato Speciale – riguarda materie ambientali e non è applicabile a questo caso.

L’Italia non ha avviato alcuna di queste azioni giudiziarie internazionali. Il presidente della Repubblica ne è cosciente? Lo sa? Lo hanno informato?

Ora, si dà il caso che noi abbiamo grande stima della nostra preparazione in diritto internazionale, ma viene difficile immaginare che alla Farnesina non vi sia almeno un’altra persona – una sola – altrettanto preparata. Se ne desume che – come lo stesso ex ministro degli Esteri, Giulio Terzi, si è chiesto a più riprese – debbano esistere interessi inconfessabili “giustificanti” la pessima figura internazionale, il grave danno alla dignità nazionale, il vergognoso trattamento dei due sottufficiali della Brigata San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, impantanati in una procedura giudiziaria che si potrebbe definire kafkiana, se questo non evocasse un finale tragico.

Il presidente della Repubblica sa invece benissimo che non c’entra solo la sordità indiana, ma anche (forse anche di più) l’inettitudine prettamente italiana nella gestione della questione.

E infatti, di fronte alle osservazioni di Napolitano, Girone ha risposto prima in modo caustico: “Nonostante quanto accaduto negli ultimi tre anni, ho ancora fiducia nelle istituzioni italiane”; poi ha fatto riferimento ai trattati internazionali violati intenzionalmente da New Delhi. Ossia, negando – seppur espressa con garbo istituzionale e nel pieno rispetto delle forme – quanto fino ad allora affermato dal capo dello Stato.

La presa di posizione di Girone al Quirinale non devono averla presa bene, perché del dialogo tra il presidente della Repubblica e il fuciliere della Marina Militare, Salvatore Girone, Girone sul sito ufficiale del Colle non vi è traccia. E nel comunicato diramato avente tema il saluto del presidente ai militari italiani all’estero vi è un solo, stringatissimo, rigo.

Il che ci induce ad affermare che il presidente della Repubblica ha lo sguardo un po’  distorto sulla vicenda.

Non certo per colpa dell’India. Ma perché?

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