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Tajikistan, tra laicità e islam. Capo Forze Speciali preso in Turchia: aveva aderito all’ISIS. Mercato documenti falsi

Il colonnello Gulmurod Halimov, pluridecorato comandante delle Omon fermato in Turchia con un passaporto falso: intendeva unirsi al sedicente Stato Islamico. Il governo di Dushanbe spinge per la laicità, ma deve affrontare anche un traffico di documenti falsi che autorizzano in circostanze particolari l’uso dell’hijab alle donne e della barba agli uomini (in genere vietati). La pressione del reclutamento jihadista ha spinto a decisioni dure, come il divieto di pellegrinaggio alla Mecca per i minori di 35 anni

Emomali Rahmon, presidente del Tajikistan, impegnato nel mantenere il Paese fuori dall'orbita dell'estremismo islamico neo-califfale
Emomali Rahmon, presidente del Tajikistan, impegnato nel mantenere il Paese fuori dall’orbita dell’estremismo islamico neo-califfale

Dushanbe – Aveva destato preoccupazione, alla fine del mese scorso, la scomparsa di un alto burocrate militare, il colonnello Gulmurod Halimov, capo delle OMON (Otryad Mobilny Osobogo Naznacheniya, Special Purpose Mobile Unit), la forza mobile di polizia (equivalente a un reparto mobile dei Carabinieri) avente compiti di polizia militare e di ordine pubblico di alta intensità. Halimov il 23 aprile era svanito nel 20150522-Gulmurod-Halimov-320x212nulla, creando una certa agitazione visto il profilo professionale, nell’ambito delle forze di sicurezza tagike.

Una decina di giorni fa, invece, il colonnello Halimov è stato fermato in Turchia con un passaporto falso: stava per varcare il confine con la Siria, dove era diretto per unirsi alle milizie jihadiste del sedicente Stato Islamico.

Un fatto che delinea un quadro preoccupante per il Tagikistan, in bilico tra laicità di Stato e islam risorgente.

Nonostante la volontà del presidente Emomali Rakhmon di rafforzare i principi della laicità di uno Stato con 8,5 milioni di abitanti, in prevalenza musulmani, il governo di Dushanbe fatica ad affrontare la pressione crescente per arginare la diffusione dell’estremismo islamista.

Le autorità hanno già bandito l’uso del velo per le studentesse, proibito l’ingresso dei minori nelle moschee, costretto coloro che studiavano all’estero in scuole islamiche a fare rientro nel Paese. Tuttavia, attivisti dei diritti umani denunciano la pratica esercitata dalle autorità locali di obbligare gli abitanti musulmani a tagliare la barba lunga. È così fiorito un mercato di documenti falsi che consentirebbero agli uomini di portare la barba e alle donne di indossare l’hijab.

Secondo Radio Free Europe/Radio Liberty, alcuni funzionari dell’Ufficio del Procuratore Generale hanno scoperto una “reiterata contraffazione di documenti” che, in questo modo, inciterebbero “all’odio religioso, etnico, sociale e razziale“.

Esempio di documento ritenuto contraffatto (foto AsiaNews)
Esempio di documento ritenuto contraffatto (foto AsiaNews)

Questi speciali “permessi” vengono in realtà concessi alla comunità musulmana da parte della “Commissione statale per la religione, le tradizioni e la regolamentazione dei riti“, ma Radio Free Europe/Radio Liberty ha rivelato che alcuni cittadini avrebbero pagato ai funzionari della Commissione la somma di 250 somoni tagiki (circa 36 euro) per l’acquisto di falsi documenti. I funzionari di questa commissione smentiscono ogni vendita di documenti falsi, replicando che chi diffonde simili informazioni “distorte” ha l’obiettivo di “incrinare il sentimento di fiducia tra la Commissione e la popolazione“.

Il fatto testimonia quali difficoltà debba affrontare il governo locale per impedire il diffondersi dell’islamismo jihadista nel Paese, anche perché il reclutamento di giovani da mandare a combattere il jihad in Siria e Iraq è diventato un problema urgente per le amministrazioni locali.

Recenti stime affermano che circa 4.000 giovani di origine centro-asiatica si siano uniti ai jihadisti islamici negli ultimi tre anni. Qualche settimana fa si è diffusa la notizia dell’arresto di un cittadino tajiko condotto con l’inganno in Turchia per combattere in Siria nelle fila del sedicente Stato islamico e quello di un reclutatore attivo a Mosca.

In questo contesto si inserisce peraltro la decisione del governo di proibire il pellegrinaggio alla Mecca (haji, uno dei Cinque Pilstri dell’islam) ai minori di 35 anni, per impedire la diffusione delle idee radicali tra i giovani tajiki, in un Paese per cui l’Occidente mostra di non avere alcuna strategia di supporto per contenere la minaccia.

(Credit: AsiaNews, Radio Free Europe/Radio Liberty) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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