Minchia signor tenente… il giorno dopo la strage di Capaci è sempre uguale. Tra maquillage e sostanza, carriere lanciate e un oceano di ipocrisia. Padre Puglisi, martire cristiano

Se non si compie un salto culturale e sociale, la mafia rimarrà sempre un totem ideale, per taluni disgraziati; strumento per inventarsi un lavoro, per talaltri. Noi siciliani dobbiamo dirci la verità: la colpa è nostra!

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Dopo anni di incostanza, decisi di tornare a studiare all’università con serietà, a un’età avanzata, in ritardo sull’ordinario ruolino di marcia delle persone normali. Lo decisi dopo lo shock di Capaci e via d’Amelio. L’obiettivo era di impegnarmi poi, in modo militare e in divisa, contro quel cancro sociale, politico ed economico che è la mafia. Poi la vita, per molti motivi (non tutti dipendenti dalla mia volontà), mi ha portato a dover desistere da quell’obiettivo, in quella veste. Non dall’impegno quotidiano, minimo, civico, di combattere le illegalità. Da piccolo, da ragazzo (e forse anche oltre), il mio nomignolo era “il giudice contro i parenti”. E in effetti, un giudice non dovrebbe andare anche “contro i parenti”? Non sono mai stato giudice, ringraziando il Cielo, se non di me stesso (spesso con sentenza esecutiva subito, senza il vaglio di un’ideale Cassazione).

Lo racconto solo per delineare un contesto generale. Abito a Gela dal 5 settembre 1971 e nella città divenuta simbolo della reazione contro la mafia (…) ho vissuto una serie lunga di episodi, con un ventaglio di sentimenti ampio e variegato, nuances di vita vissuta che meriterebbero un libro. Non è escluso lo scriva prima o poi.

GIOVANNI FALCONEDopo Capaci e via d’Amelio, salvo i primi anni di grandi emozioni, ogni anniversario importante, ogni 23 maggio o 19 luglio, a me spuntano le chiazze di una evidente allergia culturale, perché vedo strumentalizzati in modo vergognoso i sacrifici di lavoratori e servitori di uno Stato che andrebbe raso al suolo e ricostruito dalle fondamenta con gli organi canonici, non con “Commissioni dei Quaranta” autoproclamatesi Organi Costituenti.

In questo strano 2013, l’ennesima manifestazione di ricordo delle vittime di Capaci – Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro – si è dipanata come la ripetizione di una serie già vista, con sceneggiatura, dialoghi e personaggi soliti e senza sorprese. La moglie di Antonio Montinaro, saltato in aria per prima nell’attacco militare di Capaci e caposcorta storico di Giovanni Falcone, si rifiuta da tempo di partecipare a questi balletti discutibili. «Siamo stanchi della retorica antimafia – ha dichiarato Tina Montinaro – che non viene mai seguita dai fatti. Noi vogliamo fare memoria, vogliamo ricordare chi ha perso la vita per lo Stato, mentre a Palermo la memoria non interessa più a nessuno». È il mio pensiero, per questo non ne ho scritto in concomitanza con l’anniversario di Capaci.

Mi viene dunque spontaneo il quesito: la criminalità organizzata può essere ridotta a semplice criminalità? Si può sciogliere quel gorgo potente che attribuisce a quattro farabutti un potere straordinario? Secondo me si, ma il problema non è solo istituzionale, è anche sociale, civico. È un problema di ogni siciliano, anzitutto, che voglia dire a se stesso la verità.

E la verità, che può fare male come niente altro, è che la mafia non solo è merda, ma è anche prodotto della deiezione di un corpo sociale malato di ipocrisia, che non guarda a se stesso come fonte del problema. Per questo, dalla malattia non si potrà guarire fino a quando noi siciliani non diremo a noi stessi che la causa è la nostra subcultura, le nostre abitudini, la nostra innata predisposizione a prenderci in giro, a mentire a noi stessi, prima che agli altri.

Giorgio Faletti interpreta “Signor Tenente” al Festiva di Sanremo del 1994: un’emozione lunga 19 anni…

Due giorni fa, un consigliere della VII circoscrizione di Palermo non si è alzato nel minuto di raccoglimento in ricordo delle vittime di Capaci. Altri consiglieri hanno protestato, attribuendo al gesto un preciso significato, ma quell’individuo ha poi spiegato di non essersi alzato per motivi di salute. Ebbene, in via riservata abbiamo ricevuto molte osservazioni su questa giustificazione, ma nessuno ha voluto prendere posizione ufficiale. Non potendo chiedere a quel consigliere prova con certificato medico (non ne abbiamo titolo), abbiamo preso atto delle sue precisazioni. Eppure, il prefetto di Palermo, Umberto Postiglione, ha tutti gli strumenti per capire cosa ci fosse dietro quel gesto, che sarebbe gravissimo se avesse altra natura di quella dichiarata. Perché il dottor Postiglione non è intervenuto per chiarire la questione, con ampio risalto sui media?

La circostanza però rimanda alla mia riflessione di fondo: nei rapporti tra mafia e politica, le istituzioni20130525-puglisi-padrepino300x176 di controllo dello Stato e la magistratura intervengono sempre come ultimi attori. L’attore principale è la gente, la popolazione, che sa, conosce, ha contezza precisa delle qualità di certi individui, ne conosce vita e miracoli, ma continua a dar loro il voto, ossia regala al diavolo l’unico strumento democratico per costruire il proprio presente e il futuro dei propri figli. Perché accade?

Ecco, il nodo è questo. Se noi siciliani non ci libereremo dei vincoli culturali che ci spingono a credere nei falsi profeti di benessere e, con la stessa gravità, a seguire i “pifferai magici” di legalità fasulla, noi non risolveremo mai il problema dell’arretratezza di un posto meraviglioso, dotato dal Creatore di tutte le risorse del mondo. La Sicilia è un microcosmo straordinario, ma rimarrà sempre una montagna di merda se noi siciliani non la cambieremo con la forza necessaria a fare tabula rasa.

Per uno scherzo significativo del Destino – che è Dio quando va in giro in incognito – le ripetitive celebrazioni del 2013 sono state contigue alla proclamazione come Beato di padre Pino Puglisi: il Regista cambia la storia con i segnali verso gli attori della Commedia. Oggi, con il Beato Pino Puglisi, il Signore ci ha donato un esempio e una carta soprannaturale in più: a noi l’onere di chiedere al “Beato 3P” (Padre Pino Puglisi), martire della Fede, la vera grazia: il coraggio di cambiare noi stessi.

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