Quel fango di Miccoli…

Le scuse del capitano (ex o non ex) del Palermo sono una pezza mal cucita su una storia vergognosa. Non si possono dire certe cose: una persona perbene non può pensarle neanche in un meandro del proprio cervello. Tranne che per piaggeria verso i mafiosi. Il coraggio è come l’educazione: chi non ce l’ha, non se lo può dare

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La conferenza stampa di Fabrizio Miccoli di questa mattina a Palermo, di cui leggete una valutazione nell’articolo di Walter Giannò, è stata una pezza mal cucita su una vicenda vergognosa, che mai avrebbe dovuto accadere. Intendendomi di calcio quanto di fisica nucleare, non posso dare valutazioni tecniche, ma in questo caso non siamo di fronte a un atto in qualche modo legato allo sport. Siamo di fronte a un atteggiamento ricorrente in alcuni meandri della società italiana (siciliana in particolare), quello del cosiddetto “quieto vivere”, secondo cui è meglio “non disturbare i delinquenti” per poterseli tenere “amici” in caso di bisogno.

Questo atteggiamento vergognoso in linea di principio è in parte – ma solo in parte – comprensibile, perché è un prodotto dall’assenza dello Stato a fianco al cittadino. Non parlo, con tutta evidenza, delle manifestazioni antimafia con le passerelle di potenti, pseudo-potenti e sedicenti tali: parlo della presenza/efficienza dello Stato nella burocrazia, negli ospedali, negli uffici comunali, dove vige spesso (non sempre) il comandamento della cosiddetta “amicizia”. Se non sei amico di qualcuno, non risolvi i tuoi problemi. Atteggiamento mafioso, in qualche modo.

Fabrizio Miccoli voleva forse ingraziarsi il mafioso di turno – piaggeria, captatio benevolentiae – per avere un benefit garantito dalla pubblica autorità in uno Stato democratico, occidentale, libero: la tranquillità e la sicurezza personale. La mia è una supposizione al momento, visto che non si sa ancora se il giocatore salentino abbia ben altre responsabilità dell’aver proferito al telefono parole tanto disgustose da risultare irripetibili.

Quindi, il mio ragionamento vale per quel che Miccoli è e fa di professione: una professione che gli ha dato fama, soldi, forse una rispettabilità che non meritava, visibilità. Le sue frasi appartengono all’inferno dell’etica, agli inferi dell’educazione, lo etichettano come paria del calcio italiano e forse non solo del calcio.

Il suo pentimento appartiene alla sua coscienza, visto che ha scoperto di averne una. È un fatto positivo per se stesso e la propria famiglia. Ma le sue parole su Giovanni Falcone meritano una punizione esemplare, che la FIGC dovrebbe comminare con la celerità dovuta, non tramandare alle calende greche. Perché rappresentano una negazione del percorso che la Sicilia (e non solo) sta facendo per cambiare il proprio destino.

Miccoli ha negato e vilipeso il messaggio ricorrente dal 1992: la criminalità organizzata è il regno del male, non ha alcuna fascinazione cavalleresca, è solo un nugolo di ignoranti che decide di mettersi al servizio del male (del diavolo per chi crede) per mero potere economico.

Miccoli, con il proprio pianto di scuse, ha mostrato in modo maldestro di temere il giudizio dell’opinione pubblica, ma non ha chiarito le circostanze dei suoi rapporti con esponenti di rilievo della criminalità organizzata, gente accusata di crimini assoluti.

Ho in mente le parole di Gianluca Pagliuca, sentite in questi giorni: mai mischiarsi con la tifoseria, perché non sai chi hai davanti e non hai il tempo di poter approfondire le conoscenze. Sei in un posto per lavorare, non per giocare, e il tuo lavoro è cercare di conseguire l’obiettivo sportivo della società. Tutto il resto non puoi e non devi viverlo, se non in un posto in cui puoi far funzionare i normali filtri che ciascuno di noi ha per valutare il prossimo. Condivido il senso di queste parole nella loro interezza.

Le scuse e l’autocritica (tardiva) di Miccoli non risolvono nulla; la sua volontà di essere testimonial antimafia in futuro è una dichiarazione strumentale per ingraziarsi (è un vizio…) in qualche modo la Sicilia (e non solo), i siciliani (e non solo). La migliore testimonianza “antimafia” non è prestare il proprio volto a una telecamera o a una macchina fotografica, è vivere in modo esemplare, con i fatti, l’adesione ai valori della legalità; è non mischiarsi con i delinquenti, emarginarli senza per questo rifiutare un’eventuale richiesta di aiuto per trarsi da quella condizione di paria della società onesta. Isolare i delinquenti senza dimenticarsi delle persone.

Il problema di fondo però è che i delinquenti hanno più fascino di uomini di cultura, di personalità delle professioni, di politici, di magistrati, ma solo per gli ignoranti. Per questo, il miglior modo di scusarsi è iniziare a studiare – quel che Miccoli non ha mai fatto per giocare a calcio – approfondire la conoscenza di certi fenomeni. Alla fine di questo processo – che implica l’abbandono del calcio – Fabrizio Miccoli potrebbe essere una persona diversa, sia per cultura che per coraggio di schierarsi dalla parte del bene. Una eventualità, non una certezza. Una possibilità per evitare che un giorno – di fronte all’emergere di ben altre verità processuali – non si debba dire: “però, quel fango di Miccoli…”.

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johnhorsemoon

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