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CalcioSport

Miccoli piange per la sua ignoranza

L’ex capitano del Palermo faccia i conti con la realtà, per la sua famiglia, per i suoi figli.

Fabrizio Miccoli

Ha chiesto scusa Fabrizio Miccoli. Lo ha chiesto – con le lacrime agli occhi – ai propri tifosi, ai palermitani, a sua moglie e ai suoi bambini. Lo ha fatto stamattina in un’affollata e assai seguita conferenza stampa, a Palermo, davanti a una schiera di giornalisti trepidanti di sapere perché il “Romario del Salento” sia riuscito a farsi odiare in pochissimo tempo da una città che per sei anni lo ha acclamato.

Tutti sappiamo di “Quel fango di Falcone“, cantato in auto con l’amico Mauro Lauricella, figlio di Antonio, boss mafioso in carcere dal 2011 dopo sei anni di latitanza, del quale sappiamo tutto e in confronto al quale le parole di Miccoli possono perfino sembrare poca cosa. La frequentazione di Miccoli potrebbe non essere ascrivibile solo alle “amicizie pericolose“. Sarà, però, la magistratura a fare luce su questa vicenda, al momento soprassediamo.

Sì, perché oggi Miccoli ha chiesto scusa. E si è vergognato per quello che ha fatto. Una rarità di questi tempi. Non ha provato a smentire come di solito fanno i politici quando la combinano grossa. Ha confermato implicitamente di avere detto quelle parole e di essere (stato) amico di gente poco raccomandabile.

Ognuno di noi è libero di metterlo alla gogna o meno. Di non accettare le scuse o di “perdonarlo”, anche se avere insultato Falcone, a Palermo, è come bestemmiare pubblicamente contro Santa Rosalia. Una atto di blasfemia.

Miccoli ha sbagliato, sia chiaro. E di grosso. La società non può, né deve fare finta di nulla, perché il leccese era il capitano del Palermo e soprattutto un idolo per tutti quei ragazzi che ogni giorno giocano per strada, magari indossando la sua maglietta o gridando, dopo aver segnato un goal, “Sono come Miccoli!“. Ha meritato di essere oggetto di profonda e diffusa indignazione.

Però, Miccoli non è un mafioso. Sarebbe da cretini sostenerlo. Ha dimostrato, intanto, di essere ben altro: un calciatore viziato. Spesso ci dimentichiamo, infatti, che quelli che danno un calcio alla palla per decine di migliaia di euro al mese, sono dei ragazzi. Spesso senza cultura, perché il pallone – che dà fama e fa dimenticare la fame – se li tira a sé e li nutre con soldi, serate di gala e sponsor a tal punto che c’è chi commette l’errore di sentirsi “semidio”. Miccoli è uno di loro.

Questa sporca vicenda – che potrebbe finire ancora peggio – forse può avere due meriti: da un lato il raggiungimento di una maggiore consapevolezza da parte della società che non bisogna idolatrare Cristiano Ronaldo e mettere da parte un giovane “cervello” che, sentendosi inutile e mal supportato, preferisce scappare altrove, piuttosto che maturare in casa.

Dall’altro la comprensione, da parte dello stesso Miccoli, di avere sbagliato e di dovere cambiare, non perché la città deve per forza perdonarlo, non perché i tifosi devono ricordarsi più dei suoi tanti goal con la maglia del Palermo piuttosto che della sua infelicissima frase, quanto per stesso, per sua moglie e soprattutto per i suoi figli.

Affinché le lacrime che ha versato oggi di fronte al mondo non siano vane, ma l’inizio di una nuova vita. Non del calciatore ma di Fabrizio, il ragazzaccio che deve diventare uomo.

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Walter Giannò

Blogger dal 2003, giornalista pubblicista, ha scritto su diverse piattaforme: Tiscali, Il Cannocchiale, Splinder, Blogger, Tumblr, WordPress, e chi più ne ha più ne metta. Ha coordinato (e avviato) urban blog e quotidiani online. Ha scritto due libri: un romanzo ed una raccolta di poesie. Ha condotto due trasmissioni televisive sul calcio ed ha curato la comunicazione sul web di un movimento politico di Palermo durante le elezioni amministrative del maggio 2012. Si occupa di politica regionale ed internet.