Papa a Lampedusa: preghiamo per quelli che sono qui e anche per quelli che non ci sono

Il primo viaggio di Papa Francesco dedicato alla “porta d’Europa”, che da anni fronteggia il flusso di immigrati, vittime di abominevoli traffici di vite. Una corona di fiori in mare per i tanti, forse 20mila, che hanno perso la vita durante il “viaggio della speranza”. Un giovane migrante: «per arrivare qui abbiamo sofferto tantissimo. Vorremmo aiuto dal nostro Santo Padre, vorremmo che altri Paesi ci aiutassero». Oggi altro sbarco, 166 persone

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Lampedusa – Una corona di fiori bianchi e gialli in mare e una preghiera in ricordo dei tanti, 20mila secondo le stime, che hanno perso la vita durante il “viaggio della speranza” dei migranti verso l’Europa. È cominciato così il primo viaggio di Papa Francesco fuori Roma e anche il primo di un pontefice a Lampedusa, la “porta d’Europa” che da anni accoglie migliaia di migranti. Il massimo si raggiunse tra marzo e aprile 2011 quando furono 6.500 su un’isola che ha circa 6mila abitanti. Anche all’alba di oggi è arrivato un barcone con 166 stranieri.

Figlio di migranti italiani in Argentina, Papa Francesco è arrivato a Lampedusa – 20 chilometri quadrati, a una latitudine più a sud di Tunisi e Algeri, a 113 chilometri dalle coste africane della Tunisia e 127 da quelle europee dell’Italia – poco dopo le 9. A Cala Pisana si è imbarcato su una motovedetta (nella foto) della Guardia costiera e, accompagnato da un centinaio di barche di pescatori, è arrivato al largo di Cala Maluk, dove ci fu un naufragio, e ha gettato in mare la corona di fiori.

Un momento di preghiera prima dell’arrivo al molo Favarolo, dove sbarcano i migranti. Sul molo, un centinaio dei 125 presenti al centro d’accoglienza di contrada Imbriacola. Sono quasi tutti giovani: i due più piccoli hanno 13 anni. Francesco li saluta uno a uno, chiede, ascolta. “Benvenuto tra gli ultimi” si legge su uno striscione, che in qualche modo spiega la ragione della visita del Papa che invita a “uscire verso le periferie”. «Vi ringrazio – dice Francesco sul molo – tutti insieme oggi pregheremo l’uno per l’altro e anche per quelli che oggi non sono qui». Un giovane traduce in arabo. «Vieni e parla», lo invita Francesco. «Vorremmo che aiutasse il nostro problema», dice il ragazzo. «Siamo fuggiti dal nostro Paese, per arrivare a questo luogo abbiamo superato vari ostacoli, siamo stati rapiti. Per arrivare qui abbiamo sofferto tantissimo. Vorremmo aiuto dal nostro Santo Padre, vorremmo che altri Paesi ci aiutassero. Grazie per la vostra collaborazione, ringraziamo Dio. Siamo qui, costretti a rimanere in Italia, vorremmo che altri Paesi europei ci aiutassero».

È una visita quasi privata. Il Papa ha fatto sapere di non gradire la presenza di autorità. Ad accoglierlo e accompagnarlo solo il sindaco Giusy Nicolini e l’arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro. Anche il mezzo col quale si sposta è “privato”: una Fiat Campagnola bianca, proprietà di un milanese che da 20 anni frequenta l’isola.

Così è arrivato al campo sportivo “Arena” dove ha celebrato messa. Da quel posto si vede bene il “cimitero delle barche”, dove sono accatastate le centinaia di natanti che sono arrivati nell’isola.

Anche l’altare è fatto con una barca e anche il calice e il pastorale sono stati fatti con i legni delle navi della speranza.

(fonte AsiaNews)

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