Papa Francesco a Lampedusa chiede di aprire il cuore verso chi soffre e si appella a chi crea situazioni all’origine dell’emigrazione

Dalla “messa penitenziale” accanto al “cimitero delle barche” ai moniti ripetuti, Papa Francesco prosegue a Lampedusa il viaggio a favore di un nuovo umanesimo. Gli emigranti morti in mare, “una spina nel cuore che porta sofferenza” e quella “globalizzazione dell’indifferenza” di cui rimarrà traccia vibrante nel linguaggio comune

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Lampedusa – Il blitz d’amore di Papa Francesco a Lampedusa lascerà il segno per anni, anzitutto perché l’ultimo avamposto dell’Europa nel Sud dell’Unione è – di fatto – abbandonato all’Italia e al volontariato compassionevole di chi, fra seimila difficoltà quotidiane, affronta un’invasione di disperati provenienti da Paesi in cui la libertà della sicurezza è un sogno spesso irrealizzabile.

Da Paesi in cui – all’ombra della strumentalizzazione della religione – si perseguono gli “infedeli”, si assassinano gli innocenti, si obbligano le donne a uno stato di subalternità etica intollerabile. E dove autentiche aggregazioni criminali, in combutta con l’internazionale terrorista islamista, utilizza questo traffico di speranze per monetizzare e autofinanziarsi, oltre che per infiltrare nel mare mangum della disperazione i propri agenti in sonno, pronti a stabilirsi in Europa per perseguire i proprio programma di distruzione e morte.

Se non si parte da queste considerazioni – che comprendono tutto il range della realtà – si rischia di non comprendere perché l’immigrazione non è solo un drammatico problema sociale, di fronte a cui noi tutti restiamo inebetiti e ci sentiamo spesso impotenti, mentre invece non lo siamo; è anche un problema di ordine pubblico, di sicurezza e di difesa.

La caduta del muro di Berlino ha modificato i tratti del problema in Italia, tradizionale Paese più di partenza, che non di arrivo. In tutto questo tempo, l’Europa ha solo saputo stanziare qualche sesterzio, senza comprendere che il problema è tanto complesso da non poterlo lasciare allo Stato nazione, ormai svuotato di capacità concreta. Occorrerebbe uno Stato federale europeo, non c’è.

Papa Francesco copre – sotto il profilo etico e morale – questa lacuna vergognosa che ci farà meritare le più aspre critiche degli storici futuri. Lo fa con la forza rivoluzionaria di un messaggio teso a scardinare le convinzioni dei più, ma usato – come spesso accade nello Stivale dalle idee confuse (ad arte) – da chi rilancia le parole del Vicario di Cristo, ma ha ben altri intenti (anzitutto elettorali).

Una liturgia, ha detto il Papa, “di penitenza”. «Signore, ti chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi». Accanto al campo sportivo di Lampedusa, dove Francesco ha celebrato messa, c’è il “cimitero delle barche”, una straziante zona di rimessaggio dove trovano momentaneo parcheggio le centinaia di natanti che hanno portato sull’isola migliaia di persone in fuga da guerre, fame e oppressione. Non quelle affondate, ultima bara per i stimati ventimila sepolti nel Mediterraneo, Mare Mostrum, più che Nostrum, ai quali il Pontefice ha riservato un amorevole tributo, una corona di fiori e la prima preghiera.

Si è pregato per chi non c’è più, ma anche per chi c’è ancora e continua a sbarcare e per chi è chiamato – dalla propria coscienza e dal fato – ad accogliere questa massa di sventurati. Il pastorale del Papa fatto col legno delle barche, così come il calice che adopera durante il rito o l’altare stesso, eretto sopra una barca e davanti all’ambone c’è un timone. Insomma, è tutto un omaggio alla disperazione, un richiamo a quegli ultimi che saranno i primi.

Per la messa il Papa indossa la stola viola, quella delle celebrazioni penitenziali e dei funerali. «Immigrati morti in mare – le prime parole dell’omelia del Papa – da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte». «Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia – spiega Francesco – che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta». Ma il monito ha seguito subito subito l’abbraccio affettuoso del padre spirituale: «prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà!» parole che generano più di qualche lacrima. E poi, ultimi ma non ultimi, «un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie». «A voi O’ Scià». La folla ha salutato con un applauso la tipica allocuzione di Lampedusa (e non solo), densa di affettuosità.

Diecimila persone nel campo sportivo, in un’isola che ha seimila abitanti, tanti sono venuti da fuori. C’erano gli immigrati, ieri, salutati dal Papa nel lungo giro iniziale. Su tanti striscioni c’è scritto “Sei uno di noi”.  

«Dov’è tuo fratello?» dice il Papa commentando le letture, che si meraviglia dell’esistenza di trafficanti che «sfruttano la povertà degli altri, persone per le quali la povertà degli altri è fonte di guadagno». «Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle?» chiede il Papa che si risponde provocatoriamente:  «Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio – ammonisce – chiede a ciascuno di noi “Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?”».

«Oggi nessuno si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo ‘poverino’, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto», ha sottolineato Francesco, ma le sue parole sembrano verghe sulle mani.

«La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile». Quante bolle e quante balle si sentono dalle cosiddette classi dirigenti, incapaci a gestire la globalizzazione, ma spettatori indifferenti della «globalizzazione dell’indifferenza» di cui ha parlato il Papa: «ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro! Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto».

«Adamo dove sei?», ha detto ancora durante la messa, «”Dov’è tuo fratello?”, sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei – ha aggiunto il Papa – che ci ponessimo una terza domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”, per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del ‘patire con’: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!». Parole di un pastore di anime, arrabbiato verso l’indifferenza, ma forse quella dell’Europa istituzionale, non certo della gente di Lampedusa – e non solo – che si prodiga come può per rendere meno drammatico il soggiorno di queste persone.

Alla fine della liturgia, un saluto a don Stefano Nastasi, parroco di san Gerlando, ultima tappa della visita papale, poi ripartito per Roma. Ancora entusiasmo e un ultimo ringraziamento agli abitanti. «Grazie per questa testimonianza, il Signore vi benedica e vi aiuti a proseguire in questo atteggiamento tanto umano quanto cristiano».

Jeorge Mario Bergoglio ha proseguito anche a Lampedusa il suo viaggio nella rivoluzione della Chiesa, parlando a nuora perché suocera intenda. Una rivoluzione che è moralizzazione, distacco dalle ricchezze e dagli orpelli di una grandezza spesa spesso nel nome di Dio, ma indirizzata più alle comodità degli uomini.

Resta a Lampedusa il segno di un passaggio epocale, che però va distinto dagli impegni dello Stato e delle istituzioni. Il messaggio del Papa è universale e non può essere diverso. È un monito pressante alle coscienze individuali, perché siano solidali e accoglienti verso chi è disperato.

Diverso deve essere il comportamento dello Stato repubblicano, il cui unico obbligo etico è quello dell’assistenza immediata e dell’umanità di trattamento. Ma è sotto gli occhi di chi lo vuol vedere che l’Italia e l’Europa non possono accogliere tutti in modo incondizionato, né agire in modo troppo incisivo nei Paesi di provenienza, senza varcare la soglia dell’ingerenza negli affari interni di paesi sovrani. Avrebbe tanto il sapore del neocolonialismo di cui non si sente il bisogno. I critici senza-se-e-senza-ma dell’Occidente ne hanno completa contezza?

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