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L’avvocato Carlo Taormina tende un trappolone sulla responsabilità dei magistrati, il giudice del lavoro di Bergamo ci cade in pieno

Il noto avvocato è stato condannato per una discriminazione teorica, potenziale, eventuale – non reale – contro i gay. Nel corso di un’intervista a Giuseppe Cruciani e David Parenzo, durante la trasmissione “La Zanzara” su Radio24, Taormina aveva affermato la propria contrarietà al matrimonio omosessuale e che non avrebbe mai assunto un gay nel proprio studio: una pura eventualità, non un fatto accaduto realmente. Il Circolo Mario Mieli esulta: “la sentenza sia esempio e traino per situazioni simili”. Punire un’opinione fino a quando non costituisce un reato è un esempio? Su Twitter ha delineato la sua strategia, che alla lunga pagherà. Violato l’articolo 21 della Costituzione (libertà di espressione)

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Milano – L’avvocato Carlo Taormina, già parlamentare di Forza Italia, è stato condannato a pagare un’ammenda di 10mila euro per le sue affermazioni pronunciate durante un’intervista radiofonica resa a Giuseppe Cruciani e David Parenzo nel 2013, nel corso della trasmissione “La Zanzara”, in onda su Radio 24.

Nel corso dell’intervista – sempre sul “filo del rasosio”, come da tradizione della casa – Taormina aveva definito i gay insopportabili, fastidiosi e contro natura, sottolineando che non ne avrebbe mai preso uno a lavorare nel proprio studio: ossia asserendo una eventualità, non testimoniando un fatto già avvenuto. Quindi affermando una mera opinione.

Opinione che non era piaciuta alla “Avvocatura per i diritti Lgbt – Rete Lenford”, che aveva presentato il ricorso contro le opinioni dell’ex parlamentare di Forza Italia, ottenendo ragione dal giudice del lavoro di Bergamo, Monica Bertoncini, che ha condannato Taormina a pagare tutte le spese processuali, il citato risarcimento e – the last but not least – pubblicare a proprie spese la sentenza sul quotidiano ‘Il Corriere della Sera’.

Una sentenza che farà storia, ma non per la condanna di un’opinione – un’aberrazione in uno Stato di diritto – ma perché sarà il “cavallo di Troia” con cui Taormina otterrà il primo risarcimento per dolo o colpa grave. Lo ha annunciato lo stesso avvocato su Twitter:


Questo il sunto del “Taormina Pensiero” sulla questione, esaustivo e illuminante.

A nostro avviso l’avvocato Taormina ha teso un trappolone – con scienza e coscienza – alla magistratura giudicante milanese, convinto fin dall’inizio che per “motivi ideologici” nessun giudice avrebbe osato contrastare un’associazione che intende tutelare i diritti delle persone omosessuali, che peraltro Taorima non ha mai violato: ha solo detto che non avrebbe scelto un gay come avvocato collaboratore del proprio studio. Una ipotesi di grado ignoto.

La sentenza infatti viola effettivamente il diritto garantito dall’articolo 21 della Costituzione – la libertà di espressione – perché non afferma la liceità di una discriminazione reale, ma “anticipa” una discriminazione solo eventuale, con un grado di realizzabilità incerto: andrebbe letto nel pensiero dell’avvocato Carlo Taormina per sapere quale motivazione sarebbe alla base della mancata assunzione di una persona, gay o etero che fosse.

Una evidente provocazione, un investimento promozionale, ma con effetti civili a favore della collettività. Infatti Taormina ha promosso una mobilitazione per contrastare questa sentenza originale, sempre via Twitter:


Battaglia per cui ha chiesto, come si vede, l’aiuto dei Radicali italiani, che di certo non sono contro i diritti degli omosessuali, battaglia cui anche chi scrive ha aderito, senza avere alcun pregiudizio verso gli omosessuali, ma alcune fondate riserve sul matrimonio e sull’adozione, temi che necessitano distinzioni e approfondimenti. La tutela delle unioni affettive tra persone dello stesso sesso è una necessità incontrovetibile, chiamarlo matrimonio è un alterare l’etimologia della parola. La soluzione adottata in Germania ci sembra la più adatta alla nostra realtà culturale.

Peraltro anche lo stesso Taormina si è preventivamente scusato con gli omosessuali, “usati” come strumento giuridico per demolire il tabù delle responsabilità di chi ha in mano la vita altrui e gestisce questo potere infinito con una certa leggerezza. Anche di natura costituzionale.

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