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La fotografia del Censis sull’Italia: spaventata e ripiegata su se stessa. Cinica e con il cash in tasca (video)

Con la crisi famiglie si sentono più vulnerabili e puntano sul contante contro gli imprevisti, perché la gestione del denaro diventa di brevissimo periodo: la parola d’ordine è avere ‘pronto cassa’. Sul sentimento di incertezza ‘pesano’ gli 8 milioni tra disoccupati, inattivi e scoraggiati che aspettano di essere “valorizzati e instradati” verso il mercato del lavoro

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Roma – Il momento più buio della crisi è, probabilmente, alle spalle; la grande paura è passata; ma tra le famiglie italiane, l’incertezza domina, alimentata da altre paure e timori, come quelle di una malattia o della perdita del lavoro 20141206-NEW48rapportoo della povertà. O, più in generale, la paura per il futuro. Un sentimento di vulnerabilità, prevalente e diffuso, che si traduce, concretamente, nell’esigenza di tenere i soldi vicini per poter affrontare qualsiasi evenienza, un ‘pronto cassa’ per fronteggiare gli eventuali imprevisti: è diventata una sorta di parola d’ordine. Questa la tendenza fotografata dal 48° Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese, che rivela come si vada imponendo tra gli italiani un approccio attendista alla vita: il paradigma è andare avanti alla giornata, perché non si sa o non si capisce quel che può succedere.

Numeri alla mano, l’opinione prevalente tra gli italiani è che il picco della crisi sia alle spalle – lo pensa il 47% degli italiani, il 12% in più rispetto all’anno scorso – ma ora l’incertezza prevale. Ne consegue una gestione delle risorse economiche proiettata sul breve – o brevissimo – periodo. Tra il 2007 e il 2013 tutte le voci relative alle attività finanziarie delle famiglie sono diminuite, tranne i contanti e i depositi bancari, aumentati in termini reali del 4,9 per cento, arrivando a costituire il 30,9 per cento del totale (erano il 27,3% nel 2007).

A giugno 2014, questa massa finanziaria liquida è cresciuta ancora, fino a 1.219 miliardi di euro.

La presentazione del 48° Rapporto sulla situazione sociale del Paese – 2014

Questa prevalenza del contante – sostiene il Censis – è una misura di sicurezza, un cash di tutela, con il 45% delle famiglie che destina il proprio risparmio alla copertura da possibili imprevisti, come la perdita del lavoro o la malattia, mentre il 36% lo finalizza alla voglia di sentirsi con le spalle coperte.

La percezione di vulnerabilità porta il 60% degli italiani a pensare che chiunque possa finire in povertà, come se fosse un virus che può contagiare chiunque. La gestione del contante diventa così una strategia di risposta adattativa di fronte all’incertezza.

Pensando al futuro il 29% degli italiani prova ansia, perché non ha una rete di protezione; il 29% è inquieto, perché ha un retroterra fragile; il 24% dice di non avere le idee chiare, perché tutto è molto incerto; solo poco più del 17% dichiara di sentirsi abbastanza sicuro, perché ha o percepisce di avere ancora le spalle coperte. 

Il sentimento di incertezza è peraltro alimentato dagli otto milioni tra disoccupati, inattivi e scoraggiati, un popolo di individui che aspettano di essere “valorizzati e instradati” verso un mercato del lavoro per tradurre “il loro potenziale in energia lavorativa e produttiva“, spiega il Censis, mettendo il dito nella piaga di un sistema nazionale basato sulla cooptazione e sull’amicizia e la conoscenza come paradigma per poter migliorare la propria esistenza con il lavoro. E forse non del tutto sufficiente a mantenerlo quel lavoro.

Un paese senza “energia”, dunque, che ha un “capitale inagito” in termini di risorse umane e, di conseguenza, che non riesce ad “ottimizzare i proprio talenti” con adeguati investimenti.

I più penalizzati sono i giovani, tra 15 34 anni, che costituiscono il 50,9% dei disoccupati totali, ma anche i Neet (Not [engaged] in Education, Employment or Training), quell’esercito di ragazzi tra 15 e 29 anni – in continua crescita – che non studiano, non lavorano e non cercano un lavoro. Una massa impressionante di persone, passate da 1.832.000 del 2007 a 2.435.000 del 2013.

In questo quadro, non può che essere mortificato anche il potenziale femminile: le donne, infatti, rappresentano il 45,3% dei disoccupati ma sopratutto il 65,8% degli scoraggiati e il 60,6% delle persone disponibili a lavorare. Un effetto di quell’attendismo che si alimenta appunto della convinzione che per riuscire nella vita l’importante è avere le conoscenze giuste (per il 29%), mentre l’intelligenza raccoglie solo il 7% delle risposte.

Gli italiani sono ripiegati su se stessi anche come individui: il 47% degli italiani dichiara di restare solo durante il giorno per 5 ore e 10 minuti in media, una sorta di auto-isolamento imposto a se stessi per 78 giorni all’anno.

Cambia il modo di relazionarsi con gli altri, con un ruolo importante per i social network, utilizzati dal 49% della popolazione, l’80% tra gli under 29. La società viene descritta dal Censis con la metafora delle “sette giare”, caratterizzate da potenza interna, ma senza processi esterni di dialettica.

I medio-piccoli imprenditori sono concentrati sull’export e sull’internazionalizzazione, poco inclini a fare gruppo. Soffre il grande capitalismo, si cede agli stranieri e si riorganizzano le aziende: un fenomeno che ha interessato una percentuale impressionante, il 41,8%.

In generale, nel comparto delle industrie il Censis stima un fortissimo calo degli investimenti con un’incidenza sul Pil al 7,8%. Rispetto al 2007, la mancata spesa per investimenti ha raggiunto la somma record di 333 miliardi di euro.

Chi invece sembra affrontare meglio la crisi sono gli immigrati: dal 2011 a oggi i negozi al dettaglio gestiti da stranieri nel nostro Paese sono complessivamente 125.965 (il 15% del totale) e registrano una crescita del 13,4%, ma è un dato che potrebbe essere falsato, perché gli immigrati possono “scomparire” da un giorno all’altro, rischiando nel non sottoporsi al fisco e alle maglie di un’esazione fiscale soffocante.

Unico dato consolante sembra essere l’interesse suscitato dall’Italian way of life. L’Italia è la quinta destinazione turistica al mondo, con 186,1 milioni di presenze turistiche straniere nel 2013 e 20,7 miliardi di euro spesi, (+6,8% rispetto al 2012). Inoltre, sempre più persone al mondo parlano l’italiano: sono quasi 200 milioni in totale. 

Segni, se vogliamo, su quali sono i pilastri su cui dovremmo puntare per interrompere un declino che appare ineluttabile e interminabile, a patto che la riorganizzazione fiscale resetti il rapporto tra cittadino e Stato, riportando su percentuali sostenibili il carico delle tasse e ristabilendo un clima di fiducia reciproca per cui i cittadini non percepiscano più che il loro denaro sia sperperato e lo Stato non dia il segnale di sperperarlo

Uno scenario terribile per gli evasori fiscali, che in quel caso non avrebbero più alcun argomento e dovrebbero finire diritti in galera. 

Chissà che la famosa “flat tax” – declinata in percentuali diverse tra Lega Nord di Salvini, Forza Italia di Silvio Berlusconi (che per primo ne parlò, ma non l’applicò mai) e Partito Democratico di Matteo Renzi – non possa essere lo strumento giusto per fare ripartire l’Italia e gli italiani, capaci di salti mortali, ma solo una prospettiva: senza, diventiamo tutti delle mummie e la prospettiva rimane lo sfacelo del Paese e delle nostre famiglie.

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