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Il Giappone piange Kenji Goto Jogo, giornalista cristiano assassinato dal boia dello ‘Stato Islamico’. Spinta al riarmo

La moglie del giornalista cristiano decapitato dai terroristi: “Un dolore immenso, resta l’orgoglio per il suo lavoro sul campo”. Il premier nipponico Abe: “Abbiamo bisogno di strumenti militari per contrastare questa minaccia”. La popolazione insorge: “Tutta colpa vostra”. In Giordania attesa e paura per l’altro ostaggio, il tenente Muath al-Kaseasbeh

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Tokyo – La barbara uccisione di Kenji Goto Jogo, il giornalista freelance giapponese rapito in Siria dai miliziani jihadisti del cosiddetto e autoproclamato Stato Islamico e decapitato dal boia Jihadi John – un sospetto cittadino britannico londinese – ha “devastato” la moglie, che ora prova un dolore comprensibilmente “immenso“.

La donna ha voluto esprimere in una nota i propri sentimenti, dopo la conferma dell’autenticità del video della macabra e barbara ‘esecuzione’ di stampo nazislamista. “Anche se la perdita personale non può essere spiegata, rimango estremamente orgogliosa del lavoro di mio marito. Ha voluto comunicare il dolore delle popolazioni di aree in conflitto come Iraq, Somalia e Siria“, ha scritto la moglie del giornalista, identificata solo con il nome di Rinko.

Quella di Kenji, ha aggiunto, “era una passione vera. Voleva sottolineare gli effetti della guerra sulle persone ordinarie, soprattutto guardarla attraverso gli occhi dei bambini. Voleva informarci sulle tragedie della guerra. Come potete immaginare – ha spiegato – è un momento molto difficile per tutti noi: chiedo ai media di rispettare la nostra privacy e darci il tempo di confrontarci con la nostra perdita“.

L’esecuzione del giornalista ha scosso però il Giappone intero, spaccando il Paese su quali siano i prossimi passi da compiere per fronteggiare il pericolo di una minaccia che sembra crescente per gli interessi nipponici nel mondo, vista l’inclusione nell’Occidente da conquistare e piegare al furore islamista. 

Il primo ministro Shinzō Abe ha affermato che quanto accaduto “prova una volta di più che la nostra Costituzione è obsoleta. Dobbiamo dotarci di strumenti appropriati per rispondere con le armi alle minacce contro i nostri cittadini“. Il riferimento del premier è all’art. 9 della Costituzione giapponese, già emendato dal suo governo, che imponeva al Paese di dotarsi forze militare volte solo all’auto-difesa. 

Al contrario, una parte della popolazione ritiene che la morte del giornalista sia da attribuire all’inettitudine dell’esecutivo. Subito dopo la pubblicazione del video con la decapitazione del secondo ostaggio, un gruppo di persone si è recato in maniera spontanea davanti all’abitazione di Abe con cartelli su cui si leggeva “Tutta colpa tua” e “Io non sono Shinzo Abe“, un motto che riecheggia quel “Je suis Charlie” diffusosi dopo la strage della redazione del settimanale ‘Charlie Hebdo‘.

Altrettanto è avvenuto in Giordania, dove il governo deve fronteggiare l’emergenza del sequestro del tenente dell’aviazione Muath al-Kaseasbeh, ostaggio dell’autoproclamato e sedicente ‘Stato Islamico’ dal giorno di Natale 2014, quando il suo jet si schiantò in una porzione di territorio siriano controllato dai terroristi.

I jihadisti pretendono la liberazione della terrorista irachena Sajida al-Rishawi, ma il governo di Amman ha mandato segnali contrastanti sulla richiesta: da una parte dice di essere pronta a liberarla, dall’altra sostiene che “non si tratta” con i fondamentalisti. In realtà, secondo notizie trapelate il governo giordano avrebbe richiesto prove dell’esistenza in vita del giovane tenente dell’aeronautica, prima di liberare la mancata terrorista suicida arrestata nel 2005 ad Amman. 

(Credit: AsiaNews, Japantoday.com) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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