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La metafisica cristiana risponde ai quesiti dell’Uomo “chi siamo e dove andiamo”?

Porsi quesiti metafisici è connaturato alla natura dell’Uomo, come istinto iscritto nel proprio spirito. Ma oggi gli interrogativi metafisici sembrano posti su un piano marginale per ossequiare un materialismo che ha il sapore della correttezza politica. La dottrina metafisica proposta nella Bibbia, paradigma oltremodo valido in tempi di guerra mondiale di conquista jihadista

Il tema della metafisica si valuta oggi come superato e, per certi versi, inutile. L’attenzione della riflessione filosofica si concentra su problematiche particolari, regionali; non si indagano più le domande ultime sull’uomo e sul suo destino, sulla sua collocazione all’interno di un quadro ampio e unitario.

Questo modo di procedere, questa opzione gnoseologica, palesa una profonda incomprensione della ragione umana, della razionalità e, per ciò stesso, della persona umana tutta intera che ha nella razionalità il vertice della suo essere. Della aristotelica definizione dell’uomo “animale razionale” il primo termine sembra avere oggi il sopravvento; l’animalità che è di per sé l’attenzione al particolare, al contingente, al ciclico mutare stagionale, l’incapacità di un pensiero sintetico, ampio e unitario, sembra prendere il sopravvento sulla razionalità, sulla capacità che l’uomo ha di elevarsi conoscitivamente, razionalmente al di sopra del mondo finito e mutevole in cui è immerso (Cfr., Giacomo Biffi, Canto nuziale, Jaka Book, Milano 2000, pag. 21).

Questo emergere dell’istinto al di sopra della razionalità sembrerebbe mettere in crisi la peculiare caratteristica dell’uomo di ‘raccogliere insieme’ i dati che gli giungono dalla realtà, quei dati che gli fanno presto comprendere che l’universo non ha in sé alcun senso. «Il significato dell’universo non sta nell’universo» osserva argutamente il filosofo Wittgenstein (Ivi).

Certo, per buona parte della filosofia odierna questi concetti sono demodé, ma nella vita reale, nella vita quotidiana, chi non si è posto la classica domanda sul senso della realtà, della vita, della morte? Indipendentemente dalla risposta che ciascuno si è dato, queste sono domande di natura metafisica. Chiunque ricerchi il senso unitario delle cose che vive, della realtà che lo circonda, affronta, forse senza saperlo, un’istanza di natura metafisica, perché il senso di una realtà presa nel suo insieme è sempre al di fuori di essa. Esso va al di là.

A nessuno uomo dunque è sufficiente la realtà finita in cui si trova a vivere. Nessuno si rassegna a che la sua vita sia ridotta alla temporalità che intercorre tra il proprio nascere ed il proprio morire. E neppure si rassegna agli angusti confini posti dagli spazi visibili attorno a noi, fossero anche quelli di un universo enormemente vasto, ma pur sempre limitato rispetto al bisogno di infinito che è racchiuso nello spirito umano. Persino coloro che negano una continuità di una qualsiasi vita oltre la morte, o di una realtà esistente al di là del sensibile si rassegnano in pace. Tentano disperatamente, per ciò, di perpetuare la loro effimera esistenza in un glorioso ricordo di sé nei posteri.

Tutto ciò sta a significare che c’è un limite al visibile, al sensibile che, con tutte le forze, l’uomo tenta continuamente di superare; ma il fatto stesso che si scorga il limite e si aspiri ad oltrepassarlo non significa forse che, in qualche modo, si è già indagata, saggiata la possibilità di andare al di là del limite stesso?

La capacità di porsi questa domanda significa non solo che l’Uomo è in grado di indagare, ma che non può non farlo. Lo stesso Kant, nella sua indagine sulle capacità della ragione umana, riconosce che questo anelito è nell’uomo insopprimibile; ed è questo a delineare il discrimine tra ragione ed intelletto, intendendo Kant per “ragione” la facoltà dell’intelletto che, per un bisogno strutturale, si spinge al di là dell’orizzonte dell’esperienza possibile. Egli definisce la ragione come facoltà dell’incondizionato, possiamo dire la facoltà della metafisica.

La domanda metafisica è dunque connaturale ad ogni uomo perché iscritta nel suo spirito. Aristotele, autore del famoso trattato Filosofia prima, meglio noto con il titolo di Metafisica, così principia il suo argomentare: «Tutti gli uomini per natura tendono al sapere» (Aristotele, Metafisica A 980a. Traduzione di Giovanni Reale, Loffredo, Napoli 1965).

Dunque, il fatto che si scorga il limite e si desideri oltrepassarlo, indica che in qualche modo si è già saggiata la possibilità di andare al di là del limite stesso.

In effetti, dacché l’uomo ha cominciato a riflettere sulla vita e sulla morte, si è formata in lui una qualche idea, una concezione determinata, di come sia strutturata la realtà presa nel suo insieme. Sono cioè nate le differenti metafisiche; diverse visioni di come la realtà sia o, talvolta, non sia compaginata e connessa nel suo insieme.

La dottrina metafisica nella Bibbia

Le dottrine metafisiche dunque, quantunque assai limitate nel numero, sono più di una.

Tra di esse una in particolare attira la nostra attenzione: quella contenuta nei libri della Bibbia, che contengono in sé una dottrina filosofica di tipo metafisico riguardante la struttura della realtà nella sua interezza, una visione dell’Uomo e del mondo di notevole spessore filosofico.

Delle tante risposte che l’uomo ha trovato nella sua ricerca, ci pare che prendere in esame quella che deriva dall’analisi di un testo tutto particolare – qual è la Sacra Scrittura – contenuta nei libri della Bibbia, così come la custodisce da secoli la Sacra Romana Chiesa cattolica apostolica, possa essere di grande giovamento per la riflessione sui gravissimi problemi che attanagliano oggi l’Umanità e la sua coscienza: il problema del genere, la questione del rapporto della Chiesa con i divorziati e i risposati, il problema del rapporto tra le diverse religioni, la questione di chi sia veramente l’Uomo.

Dal punto di vista del metodo razionale filosofico, questo testo ha diritto di essere preso in considerazione ed esaminato almeno quanto i testi di insigni filosofi e pensatori, quali Platone, Aristotele, Plotino, Cartesio, Spinoza, Kant, Hegel o i Veda, gli Upanishad e via discorrendo.

Sarebbe poi interessante mostrare – con una ben più lunga e complessa dissertazione – come la metafisica contenuta nei libri dalla Sacra Scrittura sia in grado di sciogliere elementi insoluti ed aporie contenute nelle suddette dottrine metafisiche e di rendere ragione di realtà davanti alle quali anche le visioni metafisiche più sofisticate si arrestano.

Questa dottrina metafisica, contenuta in maniera sia implicita che esplicita nei testi della Sacra Scrittura, esplicitata e spiegata in documenti conciliari, nei testi dei Padri della Chiesa e nei documenti magisteriali, è stata esaminata, studiata ed approfondita da diversi ed insigni filosofi, particolarmente nel primo periodo dell’era cristiana e nel Medioevo.

In un momento di grande rivoluzione culturale come furono i primi secoli del Cristianesimo e di intenso confronto come fu il Medioevo, la dottrina metafisica contenuta nella Sacra Scrittura è stata indagata ampiamente e studiata a fondo portando notevoli frutti e spunti di riflessione anche per dottrine cosiddette profane. Uno per tutti l’esempio dell’opera letteraria della Divina Commedia che, in squisito italiano ed in bella forma poetica, dipinge e canta tratti e note di tale dottrina, particolarmente nella cantica denominata Paradiso.

Purtroppo, il pensiero filosofico moderno si è progressivamente isolato dal rapporto con la Sacra Scrittura fino a negare a questo testo il diritto di essere preso in considerazione nella ricerca filosofica. Oltre a tutto ciò, il ruolo della filosofia, nata come tentativo di cogliere e di spiegare l’intero, ossia la totalità delle cose, è notevolmente cambiato. Da saggezza e sapere universale, essa si è progressivamente ridotta a una delle tante province del sapere umano limitata a un ruolo marginale e secondario. Invece della ricerca del fine ultimo e del senso della realtà e della vita, da sapere capace di unificare le diverse istanze che le derivano dalle scienze matematiche fisiche e naturali e dalle scienze umane, è stata declassata a scienza, a considerazione razionale ristretta a parti e settori del reale. Le sue metodologie e tecniche di indagine, modulate dunque in funzione delle strutture di queste parti e settori del reale possono valere solamente per queste e non possono più, in alcun modo, valere per l’intero.

Vi sono stati tuttavia filosofi anche in tempi recenti, come ad esempio Claude Tresmontant o il ben più noto Étienne Gilson, che si sono lasciati sfidare dalla provocazione rappresentata da questi testi e hanno esercitato le proprie capacità di riflessione, esplorando vie che la ragione da sola non avrebbe nemmeno sospettato di poter percorrere. Il loro cammino di ricerca filosofica ha tratto considerevoli vantaggi dal confronto con i dati della fede e hanno così scoperto orizzonti nuovi e insospettati, con una strumentazione corretta, partendo cioè dai testi della Sacra Scrittura in primis, dagli scritti dei Padri della Chiesa, dai decreti dei Concili e dai documenti papali successivamente.

Sarebbe davvero interessante, oggi, poter riprendere lo studio della metafisica biblica e riprendere il grande confronto che la filosofia ebbe con l’Islam e la sua dottrina, a partire dalle problematiche del mondo moderno e dalle sfide che ci si pongono davanti oggi, non ultima quella dell’Islamismo radicale, per trovare nuove vie di soluzione di aporie che paiono oggi incolmabili.

Sarà possibile? Ci proveremo. 

(Nella foto, ‘Il trionfo di San Tommaso d’Aquino’, Andrea di Bonaiuto, Cappellone degli Spagnoli, Santa Maria Novella, Firenze) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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