Ginevra II, nessun risultato su Siria. Brahimi: lezione per futuro. Si riprende il 10 febbraio

La prima serie di colloqui con un sostanziale “nulla di fatto”, ma è “solo l’inizio del processo”. Dalle ONG un grido di dolore: risultati scarsi mentre in Siria si continua a morire. Nel periodo dei colloqui hanno perso la vita 1.900 persone

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Ginevra – La prima tornata di colloqui di pace fra gli inviati del governo siriano di Bashar al-Assad e quelli dell’opposizione, con in testa la Coalizione Nazionale Siriana, alla ricerca di una soluzione politica e non militare del conflitto si è conclusa senza risultati sostanziali.

Dai basilari aspetti umanitari alla più complicata riflessione sulla transizione politica nel Paese, “non si è arrivati a un reale cambiamento nelle posizioni”, ha sottolineato l’inviato speciale dell’Onu e della Lega Araba, Lakdhar Brahimi, il quale però non perde la speranza per il futuro. “Spero che cercheremo di trarre diverse lezioni da quello che abbiamo fatto“, ha detto il diplomatico algerino che gode di generale stima internazionali per le eccezionali capacità di mediazione, ricordando che dall’inizio della guerra questa è la prima volta che opposizione e governo si parlano. Un risultato già positivo in se.

Questo è davvero l’inizio del nostro processo. Io penso che era necessario lasciare che le due parti si esprimessero davvero, a volte in termini molto forti sulle loro sensazioni, speranze e paure. Spero che le prossime volte si possano avere discussioni più strutturate“, ha confidato. 

In futuro sono già previsti infatti nuovi colloqui, un dialogo su cui pesano le violenze della guerra, testimoniate da immagini come quelle divulgate dai circuiti internazionali. Secondo Human Right Watch nelle foto satellitari c’è la prova che l’esercito di Assad avrebbe letteralmente cancellato zone di città siriane in mano ai ribelli.

Dal fronte delle ONG viene infatti un grido di dolore e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica internazionale, una forma di pressione perché i colloqui non si interrompano e giungano a conclusioni serie, anzitutto umanitarie.

Nessun risultato tangibile“, è stato il commento di Walid Muallem, capo della diplomazia di Assad, se non il fatto stesso di essersi seduti a un tavolo. Ma i colloqui di Ginevra sono un interludio diplomatico che non ha cambiato al situazione sul terreno, dove negli stessi giorni hanno perso la vita quasi 1.900 persone. Muallem ha dato la colpa del ‘nulla di fatto‘ alla “mancanza di responsabilità e di serietà” dell’opposizione, che avrebbe voluto “che tutto fosse stato loro concesso in un’ora“, una dichiarazione che però non chiude le porte in assoluto, ma richiama alla centralità del negoziato e alla necessità di una comune volontà di trovare un compromesso.

Senza negoziato e senza compromesso non ci sarà alcun risultato, lo dovrebbero capire tutti coloro che si impegnano in politica, in tutte le situazioni, perché nelle trattative non vince mai la verità, ma solo un compromesso tra diverse posizioni, spesso inconciliabili. Trovare la conciliazione delle posizioni è la qualità dei mediatori e dei grandi politici: nell’agone nazionale come in quello internazionale, una lezione sempre valida della Storia.

L’opposizione – che ribalta le accuse, avvertendo che la ribellione continuerà finché continueranno le “aggressioni” contro la popolazione – è però d’accordo sul fatto che da Ginevra non sia uscito alcun risultato, notando tuttavia che un risultato c’è: aver costretto a sedersi al tavolo di Ginevra il governo siriano grazie alla forza della “lotta del popolo siriano“. Un successo, così come il fatto che i colloqui avvengano nel quadro degli accordi di Ginevra I, cosa che “Damasco ha cercato di evitare“.

Il riferimento è al documento in cui si prevede la creazione di un governo di transizione con pieni poteri: a dividere le parti è ovviamente l’interpretazione di tale clausola, che secondo l’opposizione (e non solo) implica necessariamente un allontanamento dal potere di Bashar al-Assad, mentre il regime da parte sua ritiene trattarsi semplicemente di un esecutivo di unità, allargato ad altri partiti ma senza un cambiamento ai vertici che non avvenga per via elettorale.

In attesa del prossimo round di colloqui, fissato al 10 febbraio – malgrado manchi la conferma ufficiale di Damasco – nulla però è stato fatto sul terreno per far affluire gli aiuti ad Homs, assediata da quasi due anni dall’esercito e di cui il regime si era impegnato come gesto di buona volontà a permettere il soccorso ai civili e l’uscita dalla città vecchia di donne e bambini; secondo le organizzazioni siriane per la difesa dei diritti umani durante il periodo dei negoziati hanno perso la vita 1.870 persone, fra cui 498 civili.

Infine, crescono anche i timori internazionali riguardo al trasferimento all’estero degli arsenali chimici siriani: anche il Direttore generale dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi chimiche (OPCW), Ahmet Uzumcu, ha invitato Damasco ad accelerare il passo dal momento che solo il 5 per cento degli agenti più pericolosi sono già stati portati fuori dal Paese.

Credit: TMNews

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