Iraq, dalla guerra al caos. Lo scenario che coinvolge la Siria

Dopo dieci anni di guerra, uno sguardo disincantato sull’Iraq, in tempi di nuova escalation militare internazioanle in Medio Oriente. E’ difficile sostenere che in Medio Oriente, in Iraq, il mondo occidentale non abbia fatto errori. Solo gli avvenimenti successivi all’intervento hanno fatto comprendere che l’intervento militare, anziché migliorare la situazione, ha contribuito ad una feroce destabilizzazione…le lessons learned hanno forse… fatto riflettere il Presidente degli Stati Uniti insieme ad altre argomentazioni di peso. La storia si svolge sottoi nostri occhi…

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A oltre dieci anni dalla guerra contro l’Iraq iniziata (19 marzo 2003) da USA e U.K. con l’accusa – poi rivelatasi falsa – del possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein, il Paese è precipitato nel caos di una feroce guerra civile su base etnico-religiosa che dall’inizio del 2013 ad agosto ha registrato oltre 4 mila morti (mille nel solo mese di luglio) e più di 20 mila feriti, per la maggioranza sciiti ma anche sunniti, curdi, operatori del comparto sicurezza, civili.

Dalle elezioni politiche del 2010, Baghdad attraversa una grave fase di instabilità con un Governo incapace di adottare efficaci misure contrastive di fronte alla devastazione del Paese causata da guerra civile e terrorismo.

Con le poche leggi promulgate dal 2010 e raramente applicate, il Governo Maliki non riesce a garantire neppure la continuità della fornitura di servizi essenziali come elettricità, acqua (paradosso per il “Paese dei due fiumi”, il  Tigri e l’Eufrate), benzina mentre la crescente contrapposizione tra sciiti e sunniti e quella fra Governo centrale e comunità curda  del Nord  (Erbil e Sulimaniya) formano l’humus ideale per la crescita esponenziale di formazioni jihadiste di diversa matrice.

Il picco della violenza si è verificato dall’aprile 2013 quando le Forze governative hanno represso – facendo uso delle armi – manifestanti sunniti che protestavano per le discriminazione cui erano sottoposti dalla caduta di Saddam Hussein specialmente a mezzo della legge antiterrorismo.

L’episodio, che registrò decine di vittime, dette abbrivio a campagne di attentati sempre più devastanti in tutto il Paese nonostante il Governo avesse inviato nel Nord – soprattutto sulle montagne di Himreen – tre divisioni dell’Esercito (30 mila uomini) tuttora ivi impegnati.

Il governo iracheno deve non solo fronteggiare crisi interne per la pesantissima eredità lasciata da una guerra che ne ha distrutto e saccheggiato gran parte del territorio e delle risorse energetiche favorendo una pervasiva corruzione.

Ma vi sono anche ulteriori problemi: un quadro regionale in gravissima tensione; la lievitante autonomia curda; la ricostruzione di al Qaeda.

In primo luogo la guerra civile in corso nella confinante Siria – componente della “mezzaluna sciita” come l’Iraq e osteggiato dall’ ”Asse sunnita” – incide profondamente su Baghdad che ha registrato l’ingresso di 160 mila profughi nonostante la chiusura delle frontiere adottata sin dall’agosto 2012 e, soprattutto, l’osmosi tra  militanti di formazioni terroristiche provenienti da Cecenia, Afghanistan, Libia, Paesi del Sahel ora attivi a Damasco con omologhe organizzazioni rivitalizzate in Iraq subito dopo la partenza delle truppe statunitensi (dicembre 2011).

Il Premier Maliki è costretto a chiedere supporto agli USA – con cui esistono accordi di sicurezza – per evitare la deriva del Paese pur essendo alleato dell’Iran, oggetto di pesanti minacce di guerra da parte di Israele – con o senza il supporto USA – di sanzioni da parte della maggioranza della Comunità Internazionale che ne hanno minato la situazione economica e delle ispezioni dell’ “Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica” (AEIA) per la verifica del possibile utilizzo del nucleare in lavorazione per dichiarati scopi civili e anche per la realizzazione di ordigni atomici.

Quadro cui si aggiunge la contaminazione del conflitto siriano in Libano, al cui interno (soprattutto a Tripoli, nel Nord) sin dalla fine del 2011 si susseguono scontri fra sunniti e sciiti di Hezb’allah, crescenti attentati terroristici nella capitale e nelle roccaforti del movimento sciita nel Sud e nella Valle della Beqa’a, sorvoli quotidiani dell’aviazione israeliana.

Inoltre, Hezb’allah – la cui ala armata è stata inclusa nel luglio 2013 (anche dall’Unione Europea) nella lista delle organizzazioni terroristiche –  supporta militarmente la Siria dove invia dal 2012 centinaia di combattenti per contrastare gli insorti.

Non meno complesso è il rapporto del Governo con la comunità curda, i cui Governatorati controllano di fatto dal 2012 il Nord del Paese e le ricche riserve energetiche che difendono sia dalle richieste del Governo centrale – con il quale vi sono stati scontri anche armati a partire dall’aprile 2012 – che dai diversi gruppi di insorgenti che se ne vorrebbero impossessare.

Terzo ma non ultimo problema, è l’avvenuta ricostruzione di Al Qaeda pubblicamente dichiarata mentre si svolgeva il Vertice di Doha (luglio 2012) dove il Qatar ottenne la presenza della leadership degli insorgenti in luogo della Siria che era stata sospesa dalla Lega Araba.

In quell’occasione, infatti, venne annunziato la formazione dell’ ”Esercito Libero Iracheno” (EIL) che avrebbe portato in Iraq le istanze jihadiste presenti in Siria.

In realtà si tratta di un problema che oltrepassa la Regione dallo Sham perché presenta appendici tentacolari dispiegantisi dal Maghreb alla fascia Sahelo-subsahariana sino al Corno d’Africa, dallo Sham alla Penisola Araba, dalla Cecenia ad Afghanistan e Pakistan.

Una breve sintesi faciliterà la valenza della minaccia incombente.

Al Qaeda ha una struttura di natura orizzontale sin dalle origini, anche se veicolata dai media come piramide guidata da Osama bin  Laden  (poi ucciso da un commando USA ad Abottabad, in Pakistan la notte fra l’1 e i 2 maggio 2011), l’attuale formazione terroristica resta vitale anche se ha subìto la caduta di carismatici leader, problemi finanziari e crescenti difficoltà per reperire adeguati campi di addestramento non individuabili dai droni è stata – paradossalmente – capace di reperire nuova linfa dal difficile percorso di quel “vento mutante” che ha attraversato e attraversa l’arco mediterraneo da Rabat a Teheran dal 2009 (rivolta Saharawi in Marocco, ottobre) e sta cambiando direzione e tornando alla restaurazione come dimostrano gli eventi non solo del colpo di stato in Egitto ma le continue manifestazioni di protesta in atto in Tunisia, Algeria, Giordania, Bahrein, Kuwait e oltre.

Manifestazioni per ottenere lo status di cittadino e non di suddito, fruire dei diritti basici e non essere limitati ai soli doveri.

Al Qaeda però ha cambiato target. Attualmente affronta il “nemico vicino” (gli Stati islamici ritenuti eretici) e solo saltuariamente il “nemico lontano” (gli Stati Occidentali) colpendone i siti sensibili negli stessi Paesi islamici.

Come venne fatto sin dalle origini, quando (agosto 1988) A.Q. attaccò le Ambasciate USA a Nairobi e Dar El Salam. E come venne fatto dopo la sconfitta di Tora Bora (novembre 2002) in Afghanistan,  quando i leader disposero che i militanti avrebbero dovuto proseguire la lotta con il “jihad solitario”, laddove si sarebbero rifugiati.

In Iraq, Shaker Wahiyib al Fahdawi, 27enne evaso nel 2012, ha preso il comando dello “Stato Islamico in Iraq” (ISI) da quando Abu Bakr al Baghdadi si è trasferito in Siria per formare lo “Stato Islamico in Iraq e nel Levante” e ha fornito uno slancio propulsivo all’organizzazione con un’accelerazione di attentati eseguiti in contemporanea in diverse città del Paese mirando soprattutto a sciiti e a Forze di sicurezza e rivendicandole con documenti e video  postati sulla rivista di riferimento, “Inspire”.

Wahiyib – che si sposta dal deserto occidentale dell’Iraq alla sua roccaforte di al Anbar – condivide con al Baghdadi il progetto di dare vita a uno stato islamico di matrice qaedista comprendente Siria e Iraq, basato sugli insegnamenti dei primi quattro “Califfi ben guidati” ed emarginare definitivamente gli eretici sciiti.

La formazione qaedista operante in simbiosi in Iraq e Siria condivide il programma  ideologico e religioso della galassia qaedista/deobadi, che funge da ombrello di referente mediatico consentendo ai singoli nuclei di massimizzare notorietà e terrore.

Lo “Stato Islamico in Iraq e nel Levante” (ISI) pur senza avere dipendenze dirette da omologhe formazioni rientra in questa “nebulosa del terrore” che comprende (ma non esaurisce) i seguenti altri gruppi: “Al Qaida nella Penisola Araba” (AQAP), guidato da Nasser al Wahishi, attivo nello Yemen e in Arabia Saudita, che conterebbe su 2/3 mila militanti e si ispira alla scuola di Deobad (nell’Uttar Pradesh, presso il Nepal, a 140 km nord New Delhi), con azioni di guerriglia continuate nel tempo per destabilizzare il Governo; “Al Nusra”, comandato da Abu Mohammed al Juliani, il più strutturato e addestrato gruppo presente in Siria; “Al Qaida nel Maghreb Islamico” (AQMI) del leader Abdel Malek Drukdel che spazia dall’Algeria al Mali, alla Mauritania, al Burkina Faso e al Niger e in contatto con i somali “Al Shabaab”, comandati da Mohamed Abodi Godane e i nigeriani “Boko Haram” di Abu Bakar Shekau.

Referente “obbligato” resta il successore di bin Laden, Ayman al Zawahiri, presumibilmente in Pakistan da dove potrebbe avere contatti con Hafiz Saib, il leader di “Lashkar e Taiba” e il ceceno Doku Umarov, al comando dell’ “Emirato del Caucaso”.

Molte di queste formazioni sono armate da paesi occidentali e dal “Consiglio di cooperazione del Golfo” (CCG), come avvenuto di recente nella guerra contro la Libia, per poi ritrovarsi gli stessi gruppi tra i terroristi che assaltano le Ambasciate (11 settembre 2012, Benghasi, Ambasciata USA, ucciso Ambasciatore e 3 funzionari).

La guerra che sta per essere scatenata in Siria non risolverà, ma alimenterà i problemi gravanti sull’intera Regione con lo strascico di morti, “vittime collaterali” (singolare eufemismo per indicare civili innocenti), destrutturazione di quanto resta, parcellizzazione di entità statuali – come sta succedendo in Libia e Iraq – e fungerà da serbatoio per attirare proseliti nelle organizzazioni terroristiche.

Il “vento della restaurazione” sta depotenziando le speranze degli insorgenti del 2009 -2010, che dovunque sono stati esclusi dal centro decisionale dei “nuovi” Governi (replica, in realtà, dei precedenti).

La scelta potrebbe essere la disperazione, quella di passare “dalle armi della critica alla critica delle armi” ingrossando le fila della area jihadista.

ARTICOLO PUBBLICATO ORIGINARIAMENTE IN “OSSERVATORIO ANALITICO”, CON IL TITOLO “IRAQ, DALLA GUERRA AL CAOS“. PUBBLICATO SU THE HORSEMOON POST PER GENTILE CONCESSIONE DEL DIRETTORE SCIENTIFICO

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