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Abu Ubaida al-Absi, il piccolo jihadista morto in Siria. Combattiamo perché mai più avvenga una simile barbarie

Il “piccolo di al-Baghdadi” è una delle vittima innocenti di un’idelologia totalitaria, che noi cristiani dovremmo conoscere bene: quanti crimini sono stati compiuti nel nome di Dio da chi pensava di interpretare la volontà dell’Onnipotente? L’unico antidoto a questa barbarie è un nuovo umanesimo musulmano, che salvi l’islam dall’abisso e aiuti il mondo a superare questa pagina tragica per tutta l’Umanità

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Le foto di Abu Ubaida al-Absi, il più piccolo jihadista ucciso finora in battaglia, sono circolate oggi sui media di tutto il mondo. Soprannominato “il piccolo di al-Baghdadi”, il bambino di dieci anni ha perso la vita due settimane fa insieme al padre, perendo in battaglia sotto i bombardamenti della Coalizione guidata dagli Stati Uniti contro l’Islamic State of Iraq and Levant, il movimento jihadista autoproclamatosi Islamic State.

Per i jihadisti, accecati dal totalitarismo islamista, è un “martire”, il più giovane martire della “guerra santa”. Lo esaltano sul web, luogo dell’immaginario iperreale mutato in strumento di barbarie. Così nel necrologio su YouTube, gli viene dedicato un filmato visto finora (nel momento in cui scriviamo) da quasi 63mila persone.

Il jihadista bambino è sorridente, con le armi in pugno più grandi di lui, indossante abiti militari più consoni a una festa in maschera, che a un campo di battaglia. Invece il piccolo Abu Ubaida è morto insieme al padre, criminale genitore contro natura, che ha portato la sua vita verso la morte e le tenebre dell’inferno senza ritorno. 

alla base di questa follia totalitaria c’è l’amore per Dio, un paradosso. Ma è una storia che il mondo cristiano ha vissuto 400 anni fa, in tempi di scontri e guerre di religione intercristiane attorno alla presunzione su chi fosse l’interprete migliore della volontà e della Parola di Dio. Di quel Dio Uno e Trino che fa impazzire questi islamisti, usi ad agitare l’indice per indicare che di dio ce n’è solo uno.

Il “necrologio” su YouTube

Noi cristiani – e non ci dilungheremo su Benedetto Croce per motivi di spazio e per non tediare i nostri cinque lettori – ne abbiamo viste e fatte di tutti i colori, ma mai i cristiani hanno violato la razionalità, procurando la morte a se stessi per procurarla agli altri I “nostri” erano – al più – crimini autoconservativi, la guerra per uccidere il nemico

Questa asimmetria morale bellica è l’elemento per cui mai come oggi noi non possiamo perdere questa guerra. Anzi, noi dobbiamo vincerla, questa guerra in cui siamo in parte spettatori e vittime sacrificali sull’altare della lotta per il dominio del mondo islamico.

Sunniti contro il resto del mondo musulmano, non è una partita di calcio: è un appuntamento con la barbarie. Combattiamo anche per il mondo musulmano che vuol vivere nel 2100, non nel 1400. Combattiamo per quei musulmani che aborrono la morte violenta altrui in nome di Dio. Combattiamo insieme a loro per difendere i luoghi di culto, ideali porte di comunicazione con l’Altissimo, da qualsiasi parte lo si guardi.

Per questo la vittoria militare è l’unica opzione: non c’è un “piano B”.

Il mondo musulmano – nei Paesi musulmani e nei nostri Paesi cristiani – è di fronte a un bivio: un lungo periodo oscurantista, che farà arretrare la società di tre secoli; o una lotta per la libertà, la propria e la nostra.

Serve in quella società un nuovo umanesimo musulmano, in cui l’Uomo sia al centro del mondo come manifestazione della magnificenza di Dio. Senza i valori comuni dell’Umanità, siamo destinati a uno scontro di lungo periodo, in cui la tecnologia e le disponibilità finanziarie sono contro di noi per almeno due motivi.

Anzitutto, perché i nostri governanti rifuggono dall’idea della guerra, considerandola ancora di esclusivo dominio delle relazioni tra gli Stati. Al contrario, questa guerra è asimmetrica sia per i mezzi usati e che per i soggetti protagonisti. La transnazionalità del fenomeno ci mette nelle condizioni di affrontare un nemico invisibile, mentre i bilanci per la difesa (e l’intelligence) sono in drastico calo, una contraddizione in termini.

In secondo luogo, mentre noi Occidentali abbiamo governi razionali (nell’accezione di soggetti razionali delle relazioni internazionali), i nostri avversari sono irrazionali (dal nostro punto di vista), perché capaci di intraprendere azioni distruttive nei nostri confronti, anche a costo di autodistruggersi. La disponibilità di diffusa tecnologia distruttiva – mutuata da applicazioni pacifiche (un dual use moltiplicato alla potenza ennesima dell’immaginazione e della fantasia mortifera) – ci pone sulla linea del fronte anche se seduti sul divano di casa.

Il nostro vicino di casa può essere il mujahid pronto a farsi saltare in aria per mandarci all’inferno.

Quindi, in questo quadro non può funzionare alcun deterrente che non sia la distruzione (forse anche preventiva, che Dio ci pedoni). Forse può avere un ruolo anche la rieducazione (o educazione tout court), ma anzitutto si deve porre il nemico di fronte alla cocente sconfitta militare. È nella natura dello scontro – e nello spirito dei combattenti nostri nemici – che il pericolo islamista non si possa fermare senza che siano sconfitti alla radice i movimenti islamisti, qualunque nome abbiano o si siano dati.

Una sconfitta militare che impedisca per molto tempo (se non per sempre: la globalizzazione delle comunicazioni favorisce l’emergere di un comune sentire umanista) a un bambino di dieci anni di morire in combattimento, tranne che non sia per un gioco incruento tra coetanei, non perché trascinato verso l’abisso etico da un padre contro natura. 

Questa è la posta in gioco, che ci piaccia o meno.

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