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Allarme ebola per i ‘guariti’: “virus resta nei fluidi biologici per 9 mesi”

Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica americana New England Journal of Medicine mostra la virulenza del virus per un tempo lungo dopo la guarigione 

Londra – Il virus dell’ebola può restare nei fluidi biologici, in particolare nello sperma, anche per nove mesi dal giorno dell’infezione, perfino dopo un’avvenuta – e apparente – guarigione. L’allerta è stato lanciata dopo la pubblicazione sulla rivista scientifica statunitense New England Journal of Medicine di uno studio sulle conseguenze del virus della febbre emorragica, che ha causato migliaia di morti in Africa Centro-Occidentale.20151016-Pauline-Cafferkey-320x213

Questo studio ha avuto larga eco in Gran Bretagna, dove da giorni versa in gravissime condizioni l’infermiera scozzese Pauline Cafferkey (nella foto a sinistra), già dichiarata guarita nei mesi scorsi, ora di nuovo ricoverata per una ‘ricaduta’ del virus ebola presso il Royal Free Hospital di Londra, lo stesso centro in cui c’è una sezione specializzata in malattie infettive dove la donna era stata ricoverata in isolamento per circa un mese, dopo il contagio registrato all’inizio dell’anno.

Lo studio ha preso in esame la peggiore epidemia di ebola finora registrata, quella registrata alla fine del 2013 e che finora ha causato la morte di oltre 11mila persone in Africa Centrale e Occidentale. L’allarme peraltro aveva sollecitato l’attenzione degli scienziati nel Marzo di quest’anno, quando era stato preso in esame il caso di una donna della Liberia che era risultata infettata del virus ebola: l’indagine medica a ritroso aveva ricostruito la probabile causa dell’infezione in un rapporto sessuale da avuto con un uomo sopravvissuto all’epidemia.

Quel caso aveva indotto l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitense ad aggiornare le linee guida sui tempi di esposizione alla malattia dopo la guarigione, suggerendo che un tempo di almeno 6 mesi dalla scomparsa dei sintomi, invitando peraltro a un monitoraggio trimestrale dello sperma, per studiare le possibili variazioni delle condizioni di rischio.

La ricerca pubblicata sul NEJM ha preso in esame la storia medica di 93 uomini della Sierra Leone, facendo emergere che le tracce del virus della febbre emorragica fossero presenti nel 60% dei casi, dopo sei mesi dalla scomparsa dei sintomi, e nel 25% dei casi dopo nove mesi.

Anche le condizioni di Pauline Cafferkey hanno confermato che il virus ha una capacità incredibile di resistere in modo non evidente per molti mesi, forse ‘contenuto’ anche dagli anticorpi nel frattempo sviluppati, ma mantenendo la pericolosità originaria soprattutto per chi non è stato mai contagiato. 

Da questo studio però gli esperti hanno tratto l’assoluta necessità di una urgente campagna sociale e informativa per l’utilizzo di profilattici nelle zone colpite dall’epidemia di ebola, per erigere una barriera di sicurezza sulle relazioni sessuali e abbattere il rischio. 

Il tema peraltro rilancia la necessità del controllo delle frontiere, per cercare di evitare l’ingresso incontrollato e non monitorato di persone provenienti dai Paesi colpiti dall’epidemia del virus delle febbre emorragica ed evitare contagi non tracciabili.

(Credit: AGI, NEJM) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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