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Le riflessioni di Riccardo Arena, condannato con Andrea Marcenaro e il direttore di “Panorama” Giorgio Mulè, per aver diffamato il procuratore di Palermo Francesco Messineo

Nessun giornalista vuole l’immunità assoluta, ma procedere penalmente contro un giornalista è da non-democrazia, almeno così la pensa Reporters sans Frontieres. Colpa della politica incompetente e vendicativa?

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Giorni fa Riccardo Arena, giornalista siciliano esperto in giudiziaria, è stato condannato in primo grado a un anno di reclusione per aver diffamato, in concorso con il collega Andrea Marcenaro, il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, in un articolo del 2009 – Spatuzza e le stragi del ’93: aridatece Caselli – insieme al direttore di “Panorama”, Giorgio Mulè, condannato a otto mesi per omesso controllo. Una sentenza che auspichiamo venga ribaltata in appello, anche se in questo Paese non si può mai dire l’ultimaparola, se non dopo averne sentito distintamente il suono o averne letto con chiarezza consonanti e vocali. In quell’articolo si esprimevano perplessità e critiche sulla gestione degli uffici giudiziari da parte del procuratore Messineo.

La condanna ha sollevato il solito polverone, che però rischia di scomparire al primo vento di conformismo, perché la politica – nel pieno della propria delegittimazione – non affronta il nodo della depenalizzazione della diffamazione, per motivi che attengono alla pressione indecorosa esercitata ogni giorno sulla libertà di stampa. Le classifiche internazionali sono talmente note, da poter anche evitare di citarle. Però, repetita iuvant.

Reporters sans frontieres Italia ha pubblicato la classifica di 177 Paesi. Per il 2013, l’Italia è al 57° posto, dietro molti stati africani, che nell’immaginario collettivo sono arretrati sotto il profilo dei diritti civili e del rispetto per la libertà di espressione. Una vergogna cui il Parlamento dovrebbe porre rimedio con istantaneità. Naturalmente, nessun giornalista sano di mente invoca l’immunità assoluta, la patente di uccidere con la penna, ma andare a finire sotto processo per le opinioni espresse su un magistrato, per quanto importante e alla guida di una sede particolarmente esposta come Palermo, ha il retrogusto amaro di un Paese non democratico. Una pericolosa involuzione che non ci piace.

La libertà di stampa non è un optional after market, o c’è o non c’è. Riccardo Arena ha pubblicato su diPalermo.it una nota, con cui riflette sull’incresciosa situazione che si trova a vivere. Abbiamo chiesto di riproporla ai nostri quattro lettori, per consentire loro di farsi un’dea. Noi ce la siamo fatta.

20130527-riccardo-arena_200x290Quando il processo è il tuo, sono cacchi. Facile raccontare udienze complesse, testimonianze astruse, sentenze “a trasi-e-nesci”, indagini invasive, indagini evasive, indagini inutili (e sono tante) sugli altri. Quando l’imputato sei tu, tutto cambia. Lasciamo stare l’indagato: indagato lo sei stato mille volte, ti hanno chiamato come teste (per sapere chi ti aveva dato una notizia, per sapere se volevi o non volevi diffamare) duemila volte, hai sempre risposto o ti sei avvalso della facoltà di non farlo, magari non sempre hai ricordato, però quello dell’indagato è un altro mestiere. Quando sei imputato, tutto cambia.

Se ti condannano, poi, lasci perdere il tuo aplomb, la tua imperturbabilità, la tua aria di sufficienza di fronte ai testimoni reticenti, agli imputati che davanti ai giudici si squagliano, agli avvocati che balbettano quando il pm dà loro addosso, ai condannati che protestano la propria innocenza e si dicono sereni quando in verità stanno per svenire. Se ti danno il carcere, un anno senza attenuanti generiche e 20 mila euro di risarcimento da pagare al querelante, metti in crisi tutti i tuoi sani principi, la fiducia nella magistratura, l’amicizia con tanti pm e giudici, i rapporti quasi di cameratismo con tanti sbirri. Ripensi a quando sorridevi di quel tale che diceva di essere innocente nonostante la Cassazione. Ripensi a quanto ti ha colpito il comportamento di quel politico che è andato in carcere dicendo di essere innocente, ma scrive libri ribadendo il sostegno e la fiducia nella magistratura.

Ora non ti azzardare a dire anche tu di essere innocente: per te la Cassazione, fortunatamente, è ancora lontana. Però sei un imputato, sei un condannato, rischi di diventare pregiudicato e persino – basta fare un incidente stradale serio, facciamo corna – di farti la galera. Per tacere dei due colleghi, Giorgio Mulè e Andrea Marcenaro, che rischiano di andare in cella anche senza avere ammazzato nessuno. Ecco che allora cambia tutto. Rischi persino di dare ragione a quello lì, quello che ha sempre casini con i giudici, specialmente a Milano, quello importante, che è sempre sui giornali, come si chiama… Già, come si chiama, quello lì? Sono imputato e ho il privilegio di poter mentire, di non ricordare liberamente o di astenermi dal dire a chi mi riferisca. Poi però ci pensi e dici che la principale soddisfazione di chi ha goduto nel vederti condannare con tanta severità (e qualcuno, più d’uno, forse c’è) sarebbe proprio quella di poter pensare lo vedi, anche lui è uguale agli altri, basta che lo tocchino in prima persona e anche lui dice che ha ragione quello lì.

Due cose sole sono certe. Quello lì non ha ragione, ma nemmeno i suoi avversari le hanno tutte loro, le ragioni: ci fosse un altro clima, sulla giustizia, non ci sarebbero forse nemmeno certe vicende. E comunque non si deve finire in carcere per avere scritto un articolo. E non lo dici perché stavolta ci sei tu in mezzo. Lo dici, lo hai detto anche quando il “problema” (e chiamatelo “problema”…) ce l’aveva un Sallusti, lo dirai di nuovo quando lo avrà un qualsiasi altro collega. Pensi che se il rischio lo corresse qualche collega gettonato, importante, che fa tendenza, si sarebbe già riunito il Consiglio di sicurezza dell’Onu per le sommosse che scuoterebbero l’Italia. Ma in realtà non si deve prevedere la cella per chi scrive articoli, per chi esprime pensieri, opinioni, per chi dà notizie. E questo a prescindere dal giornale in cui si scrive. Altrimenti non è più democrazia, la nostra.

Italiani popolo di impuniti. Ma quando il punito sei tu, tutto cambia. Quando c’ho il mal di stomaco ce l’ho io, mica te. Grande Vasco. Non cambia niente, in realtà. Ti farai il processo di appello e poi la Cassazione, sosterrai le tue buone ragioni, rivendicherai libertà di parola, di pensiero e di critica e alla fine vedremo. Quel che è certo è che ripensi a tutte le condanne (degli altri) a tutti i processi (degli altri) a tutte le indagini (sugli altri) di cui hai scritto e ti chiedi se hai sempre rispettato gli altri, la verità processuale – quella reale lasciamola a Nostro Signore – e la sostanza dei fatti. La risposta non te la puoi dare da solo. Devi interrogare la coscienza e potresti non trovare quello che cerchi. È lavoro, ti dici: lo hai fatto solo per lavoro. Ma quando il lavoro sei tu, non è più la stessa cosa.

Riccardo Arena.

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Classifica della libertà di stampa redatta da Reporters sans Frontieres, Sezione italiana

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