Parte l’inchiesta delle Nazioni Unite sull’uso di armi chimiche in Siria. Ultimora: cecchini sparano sugli ispettori ONU

Il team di esperti dell’ONU è entrato oggi a Ghouta, a nord di Damasco, per verificare l’uso di gas nervino sui civili. La comunità internazionale spaccata. Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Turchia si preparano a un’azione militare anche senza il benestare dell’Onu. Mosca ricorda ai Paesi anti-Assad “gli errori commessi in Iraq”, Teheran minaccia

20130826-siria-ispettori-onu-400x224Damasco – Il governo siriano ha aperto alle Nazioni Unite per investigare sul presunto utilizzo di armi chimiche contro la popolazione civile. Anche i ribelli hanno offerto analoga piena disponibilità. Così, oggi il team del Palazzo di Vetro ha aperto un’inchiesta ufficiale, mentre la comunità internazionale si sta spaccando sul futuro del conflitto.

Ieri Walid Muallem, ministro degli Esteri siriano, ha dichiarato «che la Siria è pronta a collaborare con gli ispettori Onu per dimostrare che le accuse mosse dai gruppi terroristi (ribelli)…sono menzogne». Secondo fonti dell’opposizione, l’attacco dei giorni scorsi a Ghouta, quartiere a nord di Damasco, è costato la vita a 1300 persone. L’uso di agenti chimici è stato confermato anche dall’organizzazione “Medici senza frontiere”, secondo cui almeno 325 cadaveri mostrano segni di soffocamento da agenti chimici.

L’apertura del governo di Damasco non cambiano però la posizione della comunità internazionale su un eventuale intervento militare in Siria, fatta eccezione per i grandi alleati del regime Russia e Iran. Finora gli unici appelli alla riconciliazione e alla fine delle ostilità giungono dal Vaticano. Ieri, Papa Francesco, dopo l’Angelus, ha sollecitato tutti i Paesi coinvolti perché in Siria cessi «il rumore delle armi e si lavori per la pace attraverso l’incontro e il dialogo che fermino questa guerra fra fratelli».

L’appello di Papa Bergoglio non ha modificato però la linea di molti Paesi dell’Occidente e della Turchia, favorevoli a un intervento militare. Ieri Chuck Hagel, segretario alla Difesa statunitense, ha dichiarato che le forze armate statunitensi sono pronte «a rispondere a qualsiasi cambio di scenario», ma per fonti dell’intelligence precisano che l’Amministrazione Obama sta ancora valutando le mosse da fare. A favore dell’intervento armato è anche Francois Hollande, secondo il quale «non vi sono dubbi che quanto accaduto il 21 agosto è un attacco di natura chimiche e le prove raccolte finora dimostrano che il regime siriano è il principale responsabile di questo atto inqualificabile». Contraria la Germania di Angela Merkel: in piena campagna elettorale un intervento armato è sempre sconsigliabile e la Cancelliera vuole sedere per la terza volta sulla poltrona di capo del governo tedesco.

La posizione più dura sembra essere quella della Turchia, anche come strumento di affermazione di potenza egemone nell’area. Ieri, in un’intervista al quotidiano turco Milliyet, Ahmet Davutoglu, ministro degli Esteri turco, ha sottolineato che «la Turchia  parteciperà a qualsiasi azione contro il regime di Assad, con o senza il benestare dell’Onu».

Secondo il Telegraph, un attacco missilistico anglo-americano sarebbe in preparazione nei prossimi dieci giorni e la Marina britannica starebbe già approntando i piani.

Voci critiche vengono da Mosca, che ha invita Stati Uniti e alleati alla riflessione, sulla scorta dell’esperienza storica. «Gli eventi accaduti 10 anni fa in Iraq, quando gli Stati Uniti hanno utilizzato informazioni false su armi di distruzioni massa in mano a Saddam Hussein, per scavalcare le Nazioni Unite, avviando un’escalation le cui conseguenze sono note a tutti» ha ricordato un comunicato diramato dal ministero degli Esteri russo, una posizione condivisa dall’Iran, che contrattacca. Attraverso Massoud Jazayeri, vice capo di Stato maggiore, la Repubblica islamica ha lanciato una minaccia agli Stati Uniti. «Se Washington attraverserà la linea rossa, ci saranno gravi conseguenze per la Casa Bianca».

Quel che nessuno vuole ammettere è che a questa situazione si è giunti per la scelerata politica estera di Barak Obama, il quale ha preso decisioni sbagliate nell’arco dei due mandati. Sostenere in Egitto i Fratelli Musulmani e le opposizioni oltranziste siriane contro Assad è stato un errore che rischia di pagare in primis l’Europa.

Lo scenario siriano – con Hezbollah, Al Qaeda e i salafiti e i lealisti di Assad in lotta per continuare a martirizzare il Paese – avrebbe consigliato invece di agganciare, sostenere e supportare con ogni mezzo politico e finanziario le opposizioni laiche, cercando di detronizzare Assad con manovre riservate e silenziose.

In fondo, agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna non mancano preziose strutture informative nell’area. L’inerzia americana è forse spiegabile con la necessità di non indispettire il governo Erdogan, alle prese con un’epurazione dei vertici militari, accusati di golpismo forse in modo strumentale per abbattere gli ultimi baluardi statali esistenti alla politica neo-ottomana impressa dal suo governo.

Ultimora. Secondo fonti di agenzia, il portavoce delle Nazioni Unite, Martin Nesirky, alcuni cecchini hanno sparato contro gli ispettori ONU nei pressi di Ghouta. «Sul primo veicolo della squadra investigativa sono stati sparati dei colpi di arma da fuoco da alcuni cecchini non identificati», ha dichiarato Nesirky. Non sono stati segnalati feriti.

Ultimo aggiornamento, 26 Agosto 2013, ore 13.27 | © RIPRODUZIONE RISERVATA

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